Musica

Achille Lauro spiegato all’abbonato RAI

Achille Lauro non è un filosofo né un santo. È un performer che conosce le regole del gioco.

8 Febbraio 2020 - di Andrea Batilla

Cultura popolare è un termine che viene usato per la prima volta in Inghilterra durante l’età vittoriana. Siamo nella seconda metà dell’800 e grazie alla rivoluzione industriale il tenore di vita medio e il tasso di alfabetismo crescono rapidamente formando masse di potenziali lettori che non hanno però la cultura necessaria per comprendere i testi di Byron. È in questo momento che nasce il primo progetto editoriale diretto a quello che oggi chiameremo mass-market, i penny dreadful, una serie di libretti che costano un penny e raccontano storie horror, di sicuro appeal su una platea che ha bisogno di ricorrere al fantastico per digerire gli epocali cambiamenti sociali che stanno accadendo intorno a loro (nda se non avete visto l’omonima serie su Netflix affrettatevi).

Il successo di questo tipo di letteratura (ma di seguito anche di cinema, musica e televisione) è un formidabile veicolo per far passare messaggi legati alla nascente industria del consumo di massa e la cultura popolare si aggancia a contenuti e linguaggio facilmente masticabili, buonisti, liberatori, salvifici e omologati a quello che dagli anni 60 si chiama pensiero dominante. La pop culture diventa una specie di mostro tritatutto che riesce ad appiattire ogni tipo di contenuto, anche il più rivoluzionario facendolo diventare benzina per vendere bibite. Vi ricordate la scena finale di Mad Man? (Attenzione spoiler!) Dan Draper capisce di aver fatto parte per tutta la vita di un’industria che vende falsità e si ritira in un ashram a meditare abbracciando la nascente e rivoluzionaria cultura hippy ma da lì a poco la Coca-Cola trasforma il senso di comunità e la voglia di pacifismo della più importante subcultura della storia nel loro spot di Natale più di successo di sempre. Un momento di televisione geniale che potete rivedere qui.

La separazione tra cultura alta e bassa è essa stessa un modo per mantenere una forma di controllo sociale fortissima ma questa polarizzazione porta anche ai primi smascheramenti del sistema. Gli anni 60 e 70, proprio nella patria del consumismo, gli Stati Uniti, sono il momento in cui la cultura popolare comincia a venire criticata dall’interno e la sua affamata potenza onnivora e divoratrice diventa essa stessa un veicolo per messaggi che di socialmente accettabile non hanno niente.
Per riallacciarsi ai penny dreadful iniziali, per esempio, la letteratura e il cinema horror diventano uno dei luoghi privilegiati del racconto dell’indicibile, delle paure più profonde, dei luoghi comuni più marcescenti. Pensate a Psycho di Hitchcock e a come, tra tutte le stratificate letture che se ne possono dare, nega il mito dei miti, quello della famiglia ideale, dell’amore materno incondizionato e di quello filiale indissolubilmente ad esso legato.
In questo momento storico il significato stesso di cultura pop si frantuma e per quanto l’industria mainstream impari ad usare a suo vantaggio il continuo stravolgimento di ruoli e significati operato dal basso, in particolare dai giovani, si solidifica in realtà un modo di far passare messaggi radicali e rivoluzionari attraverso storie che apparentemente di rivoluzionario non hanno proprio niente.
Ed ecco che in questo contesto arriva un secondo concetto altrettanto interessante, quello di provocazione. La parola provocazione (dal lativo pro voco chiamare fuori) ha storicamente un significato molto diverso da quello che gli viene dato oggi. Mentre siamo abituati a pensare ad una provocazione come un’istigazione alla violenza in realtà storicamente la parola significava “invito ad un duello all’aperto sotto una forma di giustizia superiore”. Avete presente lo schiaffo che si davano i contendenti nel settecento prima di risolvere una querelle a filo di spada? Ecco. Quella è una provocazione. Quindi, uscendo dalla metafora, è provocatorio ciò che spinge a risolvere in pubblico davanti a giudici imparziali un conflitto che fino a quel momento era stato tenuto lontano dalle luci e dai pensieri delle masse.
Se siete riusciti a seguirmi fino qui avete anche capito che sto cercando di spiegare cos’è successo giovedì sera quando Achille Lauro ha cantato “Gli uomini non cambiano” di Mia Martini sul palco dell’Ariston. Ma per non lasciare niente di incompiuto eccovi una esegesi della performance.
Mia Martini presenta la canzone proprio al festival di Sanremo nel 1992 ottenendo il più grande successo discografico di una carriera segnata, come sappiamo tutti, dallo stigma del portare sfortuna. Nel 1995 la Martini muore per un infarto provocato da overdose di cocaina mescolata a potenti antidolorifici assunti per combattere i forti dolori causati da un fibroma non operato.
Quando proprio Rai Uno, la rete popolare per eccellenza, trasmette il biopic Io sono Mia dalla sceneggiatura viene misteriosamente cancellata la causa della sua morte, evidentemente poco digeribile dal pubblico cristiano cattolico della rete ammiraglia della Rai.
A questo punto il processo di vittimizzazione, santificazione e deresponsabilizzazione del sistema nei confronti di un’artista che ha pagato con la vita l’unica colpa di avere un talento immenso intrappolato nel corpo di una donna che non aveva mai superato il trauma di un padre violento arriva al suo apogeo.
L’operazione di Achille Lauro parte esattamente da qui e la straordinarietà della sua performance non è certo nel travestimento da David Bowie ma nell’aver riportato il problema Mia Martini nel posto in cui era cominciato, nell’aver cantato il testo al femminile schiacciando in un secondo secoli di prevaricazione maschile e nell’aver dato ad Annalisa, un prodotto di Amici di Maria de Filippi, la possibilità di dimostrare il suo talento sprecato nel mare delle canzoncine pop che è costretta a cantare.
Questo è come si agisce la provocazione all’interno dell cultura pop trasformando in un tagliente strumento di protesta il più trito e consunto spettacolo della televisione italiana. Questo è senza dubbio un modo per fare uscire allo scoperto dei temi importanti come l’oggettivizzazione della donna da parte di una società patriarcale non vittimizzando il genere femminile, come è successo nel monologo di Rula Jebrael, né colpevolizzando gli uomini ma semplicemente fotografando un problema vecchio come il mondo che non si risolve certo con una canzone ma che attraverso una canzone, anzi una performance, può entrare come un bisturi affilato nei cervelli spenti di tutti quelli che si arrendono alle facili verità preconfezionate delle buste che si aprono, degli psicodrammi in diretta, del barbaradursismo imperante che è molto più letale di qualunque Coronavirus.








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