Fotografia

allegra martin e la nuova fotografia italiana

VIX presenta una selezione di fotografi/artisti italiani in collaborazione con la galleria VIASATERNA di Milano e con Fantom. La seconda puntata è su Allegra Martin.

7 Settembre 2016 - di Andrea Batilla

VIASATERNA nasce nel 2015 su iniziativa di Irene Crocco, fondatrice nel 2011 del progetto Da vicino, per cui espone le opere di numerosi artisti italiani nel suo appartamento milanese. Frutto di un attento lavoro di progettazione e restauro dell’architetto e collezionista Flavio Albanese, VIASATERNA si trova all’interno di uno stabile di fine Ottocento, e occupa 450 mq su due livelli. Il nome della galleria rende omaggio a Via Saterna, una strada immaginaria descritta da Dino Buzzati tra le tavole di “Poema a Fumetti”, (1969, Arnoldo Mondadori). Buzzati descrive un mondo in cui sogno e realtà si confondono in un intreccio di persone, destini, vite, immaginazione e paure ed è a questo luogo magico e misterioso cui si ispira Irene Crocco, dando vita ad una galleria che, attraverso l’arte, sia incontro vivo tra realtà e immaginazione.

VIASATERNA inizia la sua attività attraverso una collaborazione con il team di Fantom, che ne cura la programmazione. Fino al 16 Settembre 2016 è visitabile la mostra “Sulla nuova fotografia italiana” dalla quale abbiamo selezionato alcuni artisti.

Fantom è un progetto nato tra Milano e New York nel 2009 con la pubblicazione di un magazine e di una serie di libri distribuiti internazionalmente.

Nel 2012, dopo 10 numeri del magazine, il progetto si è evoluto diventando un collettivo curatoriale che si occupa di fotografia curando mostre, progetti speciali e collaborando, appunto, con VIASATERNA.

Fantom è  fatto da Selva Barni, consulente editoriale e fotografica, Massimo Torrigiani, AD di Boiler Corporation, agenzia di comunicazione milanese e membro del board del PAC di Milano, Francesco Zanot, curatore di libri di fotografi del calibro di Luigi Ghirri e curatore capo di CAMERA, centro italiano per la fotografia, Didier Falzone, visual designer con il nome di BureauBureau e Ilaria Speri, studiosa di fotografia.

 

Dopo The Cool Couple abbiamo deciso di incontrare  Allegra Martin.

 

Come ti sei avvicinata alla fotografia, essendo tu laureata in architettura e come influisce la tua preparazione sul tuo lavoro?

Mi sono avvicinata alla fotografia in maniera molto spontanea, è stato un processo naturale anche se non privo di crisi e difficoltà. Da che io abbia ricordi, ho sempre sentito la necessità di riprodurre la realtà che mi circondava: per afferrarla, fissarla, riordinarla su un tavolo. Ma è solo durante i miei studi alla Facoltà di Architettura che ho cominciato a fotografare in maniera più consapevole, complice lo studio della storia della fotografia, dell’arte e dell’architettura. L’architettura è una disciplina molto visiva: tutti i saperi che la compongono si servono di un sistema di rappresentazione visivo.

I miei studi hanno influito non poco sul mio percorso, come è inevitabile che sia (in fondo siamo il risultato di ciò che viviamo) e hanno condizionato molto il mio approccio al mezzo fotografico. Il rigore e il metodo che dapprima mi parevano non lasciar spazio alla sperimentazione del linguaggio, oggi mi accompagnano e mi servono da binari. Con il tempo mi sono concessa più libertà,  ma ho anche compreso che la mia “libertà” diventa produttiva se è definita, se vengono posti dei limiti a priori. Significa decidere un percorso, un metodo per poi poterlo trasgredire; ed è proprio nel “detour”, nell’”incidente”che spesso avvengono gli incontri più interessanti.

Per natura non amo le imposizioni e le regole, tuttavia la prima lezione imparata all’università è ancora oggi molto importante: prima di trasgredire le regole, bisogna conoscerle e farle proprie.

 

Il tuo è uno sguardo da fredda indagine sociologica ma in realtà pieno di umanità. Cosa ti interessa raccontare attraverso le tue immagini?

Quando fotografo non penso a niente, non mi interessa “raccontare qualcosa”, quanto piuttosto creare un nuovo spazio di esperienza attraverso la visione e a partire dal dato reale. Le immagini si raccontano da sole, se hanno bisogno di parole significa che sono strumentali a qualcos’altro (come nel caso del giornalismo).

Produrre fotografie presuppone produrre significato, fotografare implica un atto di conoscenza.

Nel greco antico l’aoristo di  ὁράω (pron. orào=io vedo) prende il significato del presente “sapere” (Οἶδα = io so e io ho visto) che presuppone una relazione tra l’atto di vedere e la conoscenza del mondo; il “vedere” una fotografia è altra cosa ancora dal momento che non è una semplice rappresentazione del reale.

Riguardo al mio sguardo, come lo definisci tu, può essere considerato “freddo” perché non ho alcun interesse a produrre fotografie che suscitino emozioni, quanto piuttosto immagini che interroghino chi le osserva (e spesso, non ho neanche io le risposte).

 

Quali sono i tuoi riferimenti nella storia della fotografia o dell’immagine visiva in genere?

I miei riferimenti sono molteplici: da Walker Evans a Juergen Teller, da Kieślowski agli home movies, dalle foto di famiglia che trovo ai mercatini ai peggiori blog in circolazione: mi interessa tutto, e sono sono soggetta a vere e proprie ossessioni. Un giorno guardo solo fotografie di Eggleston il giorno dopo solo di cani travestiti o  travestimenti del passato sul web.

Non importa cosa guardiamo, ma il “saper guardare”.

 

Quanto è difficile (o semplice) fare il tuo lavoro oggi in Italia?

E’ facile perché oggi è tutto a portata di mano, si può accedere a tutto facilmente, incontrare persone e comunicare: in pochissimo tempo si può pubblicare un proprio lavoro e condividerlo con chiunque; è difficile perché per le stesse ragioni elencate prima, con il moltiplicarsi delle possibilità dei canali e degli strumenti a disposizione si genera la convinzione inevitabile che tutto è facile, e chiunque può fare qualsiasi cosa. La professionalità diviene spesso un optional.

Restringendo il campo alla fotografia d’autore, la “progettualità” ha sostituito il talento e la preparazione:  il progetto e la rete che si costruisce intorno diventa più importante del “contenuto”.  Oggi più che mai mi interessa la fotografia in sé. In Italia poi pare che la Fotografia non sia ancora stata consacrata ad arte, c’è una specie di reticenza e timore, ci sono pochissime gallerie  e spazi strutturati. Queste “mancanze” sono diventate emergenze e negli ultimi anni sono state colmate dai fotografi stessi: molti autori sono diventati curatori, editori, promotori di inizative. Questo è un fatto estremamente positivo, perché è indice di dinamicità, ma al tempo stesso temo che porti a una omologazione. Ritengo che oggi uno dei settori più interessanti sia la moda, che offre ancora possibilità di sperimentazione e maggiore libertà.

 

Parlaci dei lavori che hai selezionato per VIX.

Sono partita dalle immagini, ancora prima di rispondere alle domande. Ho selezionato alcuni snapshot, fotografie scattate con macchine automatiche 35 mm. Alcuni di essi fanno parte del mio lavoro “double bind” (pubblicato nel 2015 da Quinlan editore) e tutti rispecchiano forse la mia esigenza più intima che è quella di utilizzare il mezzo fotografico per conoscere il mondo che mi circonda. Citando Robert Adams,“la fotografia è una questione personale”: è lo strumento che mi permette di decostruire mondo che mi circonda. Ma in questo processo avviene uno scarto, ed è lì il mio vero interesse: nell’immagine c’è sempre qualcosa in più, di misterioso; in un certo senso l’immagine è la prova dell’uccisione del reale.




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