Moda

Ascoltiamo Christelle Kocher e vivremo tutti felici

La sfilata di Kochè è una lezione su cosa stiamo sbagliando.

3 Marzo 2019 - di Andrea Batilla

Qualche giorno fa a Parigi Christelle Kocher, in arte Kochè, ha sfilato in un palasport invitando la bellezza di 17.000 persone a vedere la sua nuova collezione per l’Autunno Inverno 2019/2020.
Per chi non la conoscesse Kochè, insieme a Marine Serre, Atlein, Y Project e alcuni altri, fa parte di una nuova generazione di designer che sfilano a Parigi e che stanno rendendo la scena d’oltralpe di nuovo interessante.
Christelle in particolare è stata una delle prime a liberarsi degli schemi di rappresentazione della moda classica nel 2015 usando in maniera potente lo street casting e sfilando in un passage di Parigi piuttosto lurido. Una designer che viene da una solida esperienza di prodotto da Vuitton sta dimostrando come rimescolando i soliti elementi sia possibile arrivare a qualcosa di nuovo.
La cosa però più interessante riguardo la sua ultima sfilata è come un brand così giovane possa permettersi una location così importante e di come riesca a trascinare una folla immensa di sostenitori giovani e agguerriti.
Per quanto il business di Kochè stia andando bene (basta guardare la stocklist  sul suo sito) dubito che possa avere la forza economica di riservare un palazzetto dello sport nel centro di Parigi.
Per la precisione si tratta della Accor Hotels Arena a Bercy che può ospitare 20.000 persone e dove ci suonano Drake, Florence and the Machine e Nicky Minaj. Calcolate che al Forum di Assago ce ne stanno 12.000 e che è ad Assago, non esattamente un posto centrale.

La risposta sta nel fatto che mentre qui da noi abbiamo GCDS che fa un co-branding con Barilla, in Francia la nostra Kristelle ha concluso una collaborazione con Nike per vestire le atlete del Campionato del Mondo Di Calcio Femminile di quest’anno e in cambio ha ottenuto una serie di vantaggi economici tra cui un palazzetto dello sport.
Una volta ottenuta la location il team di Kochè ha fatto il giro di tutte le scuole di moda di Parigi chiamando a raccolta uno stuolo di giovani fans e invitandoli all’evento, esattamente come aveva già fatto Virgil Abloh per la sua prima sfilata da Vuitton.
La stampa internazionale che conta e che segue dagli inizi il brand è accorsa in massa a sostenere il progetto.

Il risultato finale di questa complessa operazione non è tanto la presentazione di una collezione che non brilla per particolare creatività rispetto al solito ma è il fuoco mediatico che si è scatenato intorno a un marchio giovane e relativamente conosciuto. Se un colosso come Nike ti offre aiuto è perché ha visto del buono da un punto di vista di comunicazione, non perché ha un consiglio d’amministrazione pieno di filantropi.

Kochè è esattamente questo: il risultato di un sistema che funziona alla perfezione, che sostiene i propri talenti, che ne esalta le capacità e li eleva verso un piano di visibilità che da soli sarebbe impossibile da raggiungere in 500 anni. Un meccanismo perfetto fatto innanzitutto di cultura della moda, di un network di persone intelligenti che pensano in grande e vanno oltre loro stessi, di una città che accoglie la moda nello stesso modo in cui accoglie l’arte o la musica e, non ultimo, di un sistema di scuole di moda reattivo e al centro dello sviluppo del sistema.

Come dice Ray Dalio, fondatore del più importante hedgefund al mondo nel suo libro “I principi del successo”: – I particolarismi, il narcisismo, l’autocompiacimento e la chiusura non portano mai al successo. Il successo deriva dalla condivisione totale, da un lavoro di team, da una forma di sincerità radicale che fa emergere i problemi invece di nasconderli ma soprattutto da una meritocrazia delle idee che porta in alto non le persone migliori ma le idee migliori.

Non volendo concludere con una nota positiva dico, senza tema di smentite, che nella moda in Italia non siamo capaci di lavorare neanche su un solo elemento di quelli elencati sopra. E che i colpevoli hanno, come sempre, nomi e cognomi.




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