Moda

AVETE SCOMMESSO SULLA MORTE DELLA MODA ITALIANA E AVETE VINTO

Il calendario delle prossime sfilate è una pietra tombale sulla moda italiana.

31 Gennaio 2019 - di Andrea Batilla

Tutti sappiamo cos’è un calendario perché lo usiamo ogni giorno. È uno strumento di pianificazione della nostra vita personale e professionale e serve agli smemorati per ricordarsi il compleanno della moglie. È in realtà uno strumento di lavoro, un mezzo, niente di più.
Nel fantastico mondo della moda il calendario delle fashion week è invece uno strumento di potere che, nel caso di Milano, è nelle mani degli stessi brand da decenni.
La strutturazione del calendario della settimana della moda maschile e di quella femminile è una specie di gioco al massacro intorno al quale si giocano i destini di molta parte del sistema moda.
Sembra impossibile ma è così. Giorni, orari e location in cui un marchio sfila determinano in maniera profonda la possibilità di essere visibili alla stampa internazionale e ai compratori o semplicemente di non esistere. A questo si aggiunge il fatto che Milano è compressa tra le sfilate di Londra e quelle di Parigi che si affannano da sempre a mangiare giorni al calendario milanese.
Ovviamente il fatto di avere più giorni a disposizione concede una maggiore libertà di azione, un minore sovraffollamento e soprattutto più spazio dedicato all’unica vera cosa importante: il ricambio generazionale.

Ed eccolo il favoloso calendario della settimana milanese dedicata alla moda donna per l’inverno 2019. Appena arrivato nelle mani di tutti i diretti interessati merita un’attenta analisi perché è pieno di spunti di riflessione.

Parliamo innanzitutto del contenuto. I brand sono divisibili in 4 macro categorie: 1. Ammazza che figata spaziale, 2. Largo ai giovani, 3. Come hai detto che ti chiami? e 4. Questo potrebbe essere interessante.

Nella prima categoria, “ammazza che figata spaziale”, ci sono a buon diritto Gucci, Fendi, Prada, Marni e Versace. È molto probabile che Moncler riservi ottime sorprese come anche N.21, Jil Sander, Moschino, Bottega Veneta e Ferragamo.
Questi sono i brand che trascinano la stampa internazionale, che entusiasmano i buyer e che rendono la moda una festa per gli occhi ma anche per i portafogli.

Alla seconda categoria, “largo ai giovani” appartegono i brand stagionati che sopravvivono o per ragioni commerciali o semplicemente per ragioni non note e che non sono quasi mai interessanti da un punto di vista stilistico ma che hanno un glorioso passato.
In questa categoria ci sono Alberta Ferretti, Philosophy, Max Mara, Giorgio Armani e Emporio Armani, Anteprima, Luisa Beccaria, Tod’s, Blumarine, Sportmax, Etro, Aigner, Genny, Byblos, Roberto Cavalli, Simonetta Ravizza, Ermanno Scervino, Agnona, Antonio Marras, Laura Biagiotti, Dolce & Gabbana. Mica pochi.

Sul “Come hai detto che ti chiami?”, forse la categoria più interessante, bisogna spendere un po’ più di parole. Dentro ci stanno degli oggetti non identificabili che si fa fatica a capire perché stiano in un consesso così importante che dovrebbe essere rappresentativo del Made in Italy o della forza attrattiva di Milano come piattaforma internazionale. Eccoli: Alberto Zambelli, Ricostru, Calcaterra, Annakiki, Daniela Gregis, Francesca Liberatore, Cividini, Angel Chen, Ujoh, Chika Kisada, Cristiano Burani, Atsushi Nakashina, Ultrachic e Alexandra Moura. Potete giocare a googlarli se volete ma ne ricaverete ben poco. Tra di loro dubito che ci sia il nuovo Galliano.

Infine eccoci alla quarta ed ultima categoria: “Potrebbe essere interessante”. Dentro ci sono: Arthur Arbesser, Act N.1, Vivetta, MSGM, Iceberg, Marco de Vincenzo, Gabriele Colangelo, Brognano, GCDS, Stella Jean, Marios, Marco Rambaldi. Questa è la nuova generazione di designer italiani che, nel bene e nel male rappresenta ciò che il nuovo Made in Italy ha di meglio da offrire. È purtroppo una categoria scarsamente popolata e, tranne rari casi, ancora non troppo convincente per parlare di una new wave italiana.

Così stanno le cose in un calendario praticamente ridotto a 4 giorni contro i quasi 10 di Parigi.
E le cose sembrano altrettanto chiare quando si cerca la vittima sacrificale di questo disastro: la Camera Nazionale della Moda che ha la responsabilità di strutturare il calendario.

Anche in questo caso temo che le cose non siano così semplici, come molti di voi sanno. Niente può la Camera contro Marni che si sposta dalla Domenica al Giovedì praticamente cancellando un giorno dal calendario o contro ognuno dei potenti soci che decidono dove e quando sfilare fregandosene di fare sistema o forse addirittura negando che un sistema debba esistere.
Nessuno vuole aprire o chiudere la settima per la paura atavica che qualche giornalista non arrivi in tempo o parta prima. Nessuno si presta a fare un ragionamento organico su come aprire forzatamente il calendario allungandolo e alleggerendolo in modo da dare spazio a brand nuovi. Nessuno, neanche durante le lunghissime e inutili riunioni in Camera, dimostra vero interesse alla salvaguardia del sistema.
Un atteggiamento che può essere interpretato come freudianamente autodistruttivo o semplicemente stupido. Milano, il Made in Italy e la moda italiana in genere non sopravviveranno senza ricambio generazionale, senza l’iniezione di nuove energie, di una visione più ampia e contemporanea, senza nuove idee.
I mega brand hanno formato un cluster soffocante e non si arrendono alla consapevolezza che così facendo stanno uccidendo un sistema. Dietro una pace ingannevole c’è in realtà un sistema di tipo (metaforicamente) mafioso che pensa solo ai propri interessi.
Se c’è un modo di cominciare a cambiare le cose è di esserne consapevoli.




Una direzione creativa di successo rende immediatamente riconoscibile il marchio e il suo valore




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