Moda

BALENCIAGA SI È COMPRATO IL CATTIVO GUSTO

In un’era in cui si compra tutto per rivenderlo a caro prezzo, pare che Balenciaga abbia messo le mani su qualcosa di molto prezioso.

4 ottobre 2016 - di Andrea Batilla

A volte il cattivo gusto sale dirompente sulle passerelle del Prêt à Porter per dimostrare al mondo, di solito in maniera radicale, che esiste una visione meno edulcorata e accettabile di quella istituzionale. Così è stato per il punk, per Comme des Garcons, per Margiela, per l’heroin chic degli anni novanta. Così pare ripetersi ora per il fenomeno Vetements / Balenciaga ma anche per una schiera di accoliti che vanno da Y Project a J.W. Anderson a Kochè a Vejas. In genere il mercato reagisce respingendo queste istanze di rinnovamento oppure, più facilmente, le ingloba rendendole accettabili. Perchè tutto rimanga com’è bisogna che tutto cambi.

Perchè tutto rimanga com’è bisogna che tutto cambi.

La t-shirt strappata, per fare un esempio, è stata prima simbolo di anarchia, poi di individualismo e ora di understatement borghese. Oggi chi si mette a fare battaglie, consciamente o inconsciamente, contro il gusto imperante dovrebbe sapere che è solo quando sono in gioco i limiti della sopravvivenza che si puó parlare di guerra. In tutti gli altri casi si chiama pubblicità.

La moda è fatta di ricircoli, non solo perché gli armadi vanno svuotati per essere nuovamente riempiti, ma anche perché le istanze sociali di cui si è fatta portatrice negli anni Ottanta non sono quelle degli anni Novanta, né quelle di oggi. In genere i cambiamenti si manifestano attraverso delle opposizioni estetiche che hanno anche un forte significato sociale, a volte anche politico. Ma dobbiamo anche ricordarci tutti che la moda dovrebbe avere un dialogo costante con quello che succede nelle strade e funzionarie da intermediario tra la necessità di concretezza e il desiderio di rappresentazione delle masse, anticipandone o seguendone i cambiamenti di gusto.

Pare che le sfilate per l’estate 2017 che stanno per terminare abbiano decretato due linee di principio fondamentali: all’interno di un generico sguardo al decennio degli anni Ottanta alcuni hanno deciso di ripercorrerne la pulizia dei principi fondanti, altri ne hanno succhiato il caos estetico ai tempi rivoluzionario. In questo momento ci interessa parlare del secondo gruppo.

Ci troviamo in un momento in cui non ci possiamo più concedere neanche un momento di pace visiva o auditiva.

Ci troviamo in un momento in cui non ci possiamo più concedere neanche un momento di pace visiva o auditiva, un momento in cui le informazioni devono succedersi alla velocità della luce a rischio di annoiare. Un coefficiente fondamentale dell’innovazione è diventato quindi il cambiamento, la capacità di stupire, di rastrellare concetti esistenti in una smania di montaggio e smontaggio di cose già viste, un continuo tentativo di fare urlare lo spettatore al miracolo, esattamente come succedeva durante il Barocco.

Il ridicolo successo plebiscitario di Demna Gvasalia ne è una dimostrazione. E quando dico ridicolo non mi sto riferendo al lavoro per Vetements o Balenciaga ma agli universali osanna che riceve da tutta la stampa del mondo nessuno escluso. Il lavoro di Demna e di molti altri, non ha solo riconosciuto che l’unica cosa che viene percepito come innovazione è il cambiamento (mentre dovrebbe essere il contrario) ma ha anche strutturato tutta la comunicazione e il marketing intorno a questo concetto.

Una delle ultime prove è il nuovo fiammante sito di Vetements, creato a immagine e somiglianza del vecchio Style.com e quindi, neanche a dirlo, un omaggio alla potentissima Condè Nast che sul vero (e nuovo) Style.com venderà una riproduzione della prima collezione di Vetements che nessuno si era comprato.

Demna and the gang sono così diventati in brevissimo tempo la nostra quotidiana dose di atti rivoluzionari.

Demna and the gang sono così diventati in brevissimo tempo la nostra quotidiana dose di atti rivoluzionari, necessari per pensare che la moda macini effettivamente pensiero e produca contenuti.

Quello che non pare funzionare in questo sistema, al di là dei giudizi facili sulle spallone o sugli stivaloni di latex, è che nessuno sembra preoccuparsi di capire se tutto questo è il racconto di qualcosa che sta avvenendo nella realtà o semplicemente un soliloquio masturbatorio. Il ritorno delle spalle anni Ottanta è un segno che vuol dire qualcosa (rifiuto dell’establishment, rifiuto del buon gusto, tentativo di dare forma ad una nuova estetica influenzata dagli arrivi dei clandestini) o semplicemente un allegro giochetto che serve a riempire i giornali di moda?

Le strade del mondo sono piene di persone che si vestono esattamente come si vestivano vent’anni fa ma sono anche piene di sussulti socio politici che invadono ogni giorno le nostre vite. Nessuna delle due cose sembra interessare i nuovi idoli della moda. Forse il mondo visto dai tacchi di Lotta Volkova, divina musa e stylist di Demna Gvasalia, sembra un posto migliore di quello che è.




Una direzione creativa di successo rende immediatamente riconoscibile il marchio e il suo valore




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