Moda

Benvenuti nell’era post-Ferragnez

Come al solito la realtà supera la fantasia. La rivoluzione è già cominciata.

15 ottobre 2018 - di Andrea Batilla

Stamattina una conoscente ha candidamente ammesso di non aver più intenzione di usare WhatsApp perché è stanca di stare dentro un flusso continuo di messaggi inutili e senza senso che le rubano tempo prezioso e energie mentali. Mi ha anche detto che ha smesso di usare i social pur capendone il senso e le opportunità professionali che possono costruire. La mia conoscente ha un’età imprecisata tra i 40 e i 50 e come molti della sua generazione non ha capito cosa sta succedendo nel mondo.

Lo sguardo attraverso cui cerco di guadare i cambiamenti sociali è sempre quello della moda, sia perché è un settore che credo di conoscere abbastanza, sia perché, come in questo caso, le esperienze di cui parlo nascono da persone che lo frequentano, ci lavorano o semplicemente lo prendono come riferimento. La moda è una fotografia estremamente precisa delle rivoluzioni in atto e per quanto io abbia forti dubbi, come sostengono alcuni sociologi, che ne sia la forza propulsiva, sono convinto che chi sa leggere i fenomeni in atto nel mondo della moda è decisamente in grado di leggere il contemporaneo. E quello che stiamo vivendo è forse uno dei momenti meno comprensibili ma più affascinanti degli ultimi decenni.
I mezzi di comunicazione e i linguaggi sono cambiati in maniera talmente drastica e veloce che stanno continuando a provocare reazioni di paura (come la mia conoscente che si vuole allontanare dai social), di fraintendimento, di sovraesposizione, di odio, di assuefazione ma raramente di uso intelligente.

Un esempio eclatante è la carta stampata che è diventata all’improvviso carta straccia. È di pochi giorni fa la notizia della chiusura di Gioia, storico settimanale femminile nato nel 1937. Tutta la redazione confluirà nell’organico di Elle che diventerà un settimanale e che avrà a sua disposizione l’astronomica cifra di 64 persone di organico. La direttrice di Gioia, Maria Elena Viola, diventerà direttrice di Elle, mentre l’attuale direttrice di Marie Claire, Antonella Antonelli, avrà il ruolo di direttrice creativa. In casa Hearst non si butta via niente.

A fronte di questi rimescolamenti di carte interni molti editori hanno licenziato una quantità impressionante di persone semplicemente per tentare di far quadrare i conti di un’industria che semplicemente non esiste più.

Uno degli esempi più luminosi di questo cambiamento è il magazine Freeda che esiste solo sui social, in particolare su Instagram dove ha più di 800.000 followers ed è ormai diventato un punto di riferimento per chi vuole fare operazioni con un pubblico prevalentemente femminile tra i 15 e i 25 anni. Per la cronaca Goia su Instagram non arriva a 51 mila followers. Freeda non è semplicemente un’accozzaglia di selfie di qualche influencer ma è un vero e proprio magazine che parla dell’idea contemporanea del femminile, un progetto vincente grazie a contenuti intelligenti. Andatevi a guardare l’intervista a Harnaam Kaur, un’attivista affetta da sindrome dell’ovaio policistico, una malattia che le provoca un eccesso di peluria sul viso, caratteristica che ha deciso di accettare e amare. Vi sentirete immediatamente nel presente non solo per l’argomento ma anche per il linguaggio (un’intervista video) semplice, diretto e senza giudizi o intellettualismi.

Il mondo senza confini linguistici, politici, etnici o religiosi di questa generazione si è ricavato uno spazio libero e indipendente che la generazione precedente non gli avrebbe mai ceduto e che anzi continua a contrastare e criticare come può. Da una parte c’è una schiera di anziane signore che rivolgono i loro pensieri malinconici a un’epoca in cui una recensione critica di un quotidiano poteva farti chiudere, dall’altra c’è una sempre meno indistinto e sempre più preparato esercito di nativi digitali che hanno scoperto che le tavole dei dieci comandamenti possono riposare beate dentro la teca di un museo e il mondo va avanti lo stesso. Perché quello che è successo è che siamo entrati nell’era post-Ferragnez o perlomeno, per non voler essere troppo ottimisti, è sempre più evidente che esista una via alternativa alla superficialità. La via di Ghali, rapper venticinquenne italo-tunisino che parla di inclusione e pace o quella di Marco Rambaldi, ventisettenne bolognese, che con le sue collezioni parla di lotta politica e di identità di genere esercitando, attraverso una leggerezza tipica dei suoi anni, una forte critica sociale.

Di questo scenario così frammentato, ancora nascente ma sicuramente interessante la parte più triste è l’immagine di chi invecchiando malamente continua a voler mantenere il potere, continua a parlare una lingua che nessuno capisce più, continua a volere lo stipendio a fine mese. Il loro sguardo triste, a volte rassegnato, a volte narcisisticamente superiore è l’unico vero grande blocco da superare. Dovrà essere una rivoluzione certamente e come tutte le rivoluzioni sarà violenta, dolorosa, forse anche sanguinosa ma rimetterà in circolo risorse che oggi continuano ad essere destinate a cose senza senso. I 40/50 enni di oggi hanno un’unica grande responsabilità: quella di lasciare il loro posto a chi è più giovane e ha più idee di loro, se possibile aiutandoli, senza influenzarli, ma semplicemente accompagnandoli, come si accompagna un figlio il primo giorno di scuola e si torna a casa un po’ tristi, un po’ felici e ci si trova in una stanza che per la prima volta è silenziosa, vuota.




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