Moda

COME MONCLER POTREBBE SALVARE LA MODA ITALIANA

Molti brand accumulano molti profitti. Ma cosa accadrebbe se ne redistribuissero una minima parte?

7 novembre 2018 - di Andrea Batilla

Sapete cos’è l’EBITDA di un’azienda? EBITDA è l’acronimo di Earnings Before Interest, Taxes, Depreciation and Amortization. In italiano si traduce come Margine Operativo Lordo, cioè la differenza tra entrate ed uscite senza gli interessi finanziari, le tasse, il deprezzamento dei beni aziendali e gli ammortamenti.
Il Margine Operativo Lordo serve in pratica per vedere se l’azienda è sana, quanti soldi fa girare prima di eventuali manovre degli amministratori in fase di bilancio. Quindi un’azienda può essere enorme ma avere una bassa redittività o piccola e averne una molto grande, segno che è gestita bene.
Facciamo degli esempi: nel 2017 Brunello Cuccinelli ha chiuso con un’EBITDA del 23,01 % a fronte di un fatturato di 503,6 milioni di Euro mentre AEFFE chiude con l’8,61 % con un fatturato di 312,7 milioni di Euro. Nella forbice tra i due ci stanno praticamente tutte le aziende della moda e del lusso.
Se poi parliamo di Moncler per loro il 2017 è stato straordinario: fatturato a 1,193 miliardi di Euro (+ 14,74 % rispetto all’anno precedente) e EBITDA del 32,52 % pari a simpatici 388,15 milioni di Euro.

In generale le aziende italiane o i gruppi del lusso globali stanno benone. Hanno attraversato le perigliose acque dei periodi di crisi economica e adesso hanno ricominciato a macinare soldi. Tanti soldi. Ma il problema è che l’unico obiettivo sembra essere diventato solo quello: macinare soldi.
Dietro a quasi tutti i marchi che conosciamo ci sono fondi di investimento o società finanziarie a cui interessa solo guadagnare, distribuire dividendi e poi guadagnare ancora.
E questo è male. Molto, molto male.

Il problema non è solo del mondo della moda. In generale negli ultimi decenni la ricchezza si è accumulata sempre di più nelle mani di pochi. Leggetevi questo estratto dell’ultimo rapporto di Oxfam sulla distribuzione della ricchezza nel mondo e resterete atterriti.
Pensate che tra il 2.000 e il 2.017 i miliardari (non milionari) non cresciuti da 400 a 2.043 passando dal possedere una ricchezza totale di 1.000 miliardi a quella attuale di 7.000 miliardi.
Come immagino tutti sappiate l’1% della popolazione terrestre detiene l’82% della ricchezza.

L’accumulo di denaro e la distribuzione di dividendi  sono la dimostrazione che l’equità sociale è molto meno importante della corsa al profitto e questo è probabilmente il vero motivo che spiega l’insorgere di estremismi politici esplosivi in ogni parte del mondo che non sono però spinti da una coscienza di rinnovamento ma solamente dalla rabbia.

La redistribuzione della ricchezza e la riappropriazione del primato della politica sull’economia è quindi l’obiettivo verso cui dovremmo tutti tendere. A cominciare dal solito doratissimo mondo della moda.

Facciamo degli esempi che hanno alla base un’idea che si ispira ai principi della socialdemocrazia ma che in sostanza dovrebbe servire a reintrodurre l’idea di libertà di azione in un settore dove l’autoimprenditoria è praticamente diventata impossibile.

Se Moncler decidesse di devolvere lo 0,5 % del suo profitto annuo ad aiutare brand emergenti italiani, magari attraverso un concorso o, ancora meglio, una fondazione, il progetto avrebbe a disposizione 1 milione 940 euro l’anno.
Andiamo avanti e immaginiamo che con il contributo privato arriviamo a 5 milioni di Euro e che altrettanti decide di metterli il Ministero dello Sviluppo Economico. Eccoci a poter gestire simpatici 10 milioni di Euro. Non sono tanti ma non sono neanche pochi.
Con questo discreto gruzzoletto potremmo aiutare una selezione di almeno 10/15 brand.
Ma facendo cosa nello specifico? Innanzitutto offrendogli una piattaforma di aiuto professionale vera su tutti gli aspetti imprenditoriali e industriali. Aiutando l’organizzazione della parte produttiva, utilizzando dove possibile economie di scala. Creando una realtà distributiva che si occupi solo di loro e possibilmente un e-commerce che ne venda le collezioni. Pensando a strategie di comunicazione innovative che non passino necessariamente attraverso le solite sfilate. Chiamando a raccolta tutte le persone di buona volontà che credendo nel progetto possano aiutarlo in qualunque modo.
Il meccanismo di aiuto dovrebbe durare almeno tre anni, il minimo necessario per entrare nel mercato, monitorando da vicino i risultati commerciali e di comunicazione di ogni brand. Non dovrebbe esserci un turnover annuale ma anzi una continuità.
Se pensate che tutto questo sia complicato semplicemente vi sbagliate. È il modo che usano quasi tutti gli incubatori di start-up nel mondo. Niente di nuovo sotto il sole.

Sorge quindi spontanea una domanda: perché questa cosa dovrebbe interessare Moncler o chiunque altro?

La risposta sta innanzitutto nell’idea di fondo che condividere è meglio che accumulare e che i benefici di un’operazione del genere sarebbero talmente sistemici da toccare tutti in positivo, Moncler compreso.

Quando si inserisce innovazione in un settore che stenta a produrla si rimettono in circolo energie che si espandono in maniera virale e crescono sia da un punto di vista quantitativo che qualitativo. È un principio economico vagamente anticapitalistico ma ampiamente dimostrato e che permetterebbe di eliminare sentimenti come frustrazione e rabbia, aprendo degli schemi che sono ormai rigidi da anni.

Avere un pensiero comune o sistemico oggi vuol dire sradicare l’individualismo combattendone la sua espressione più feroce, il narcisismo. Vuol dire pensare che si possa produrre ricchezza, anche una quantità enorme di ricchezza, ma che sia distribuita in una maniera più equa.




Una direzione creativa di successo rende immediatamente riconoscibile il marchio e il suo valore




Articoli consigliati

Moda

Romeo Gigli e la scomparsa del radicalismo indipendente.

Moda

Un sistema moda che non serve più