Moda

COME TI VENDO LA CELLULITE

Siamo veramente convinti che quello che ci dice la moda sia vero?

28 novembre 2018 - di Andrea Batilla

La cosa che trovo più insostenibile in assoluto, non solo nella moda ma nel mondo, è l’ipocrisia.
L’ipocrisia è una simulazione di adesione a una serie di sentimenti riconosciuti come positivi con lo scopo di un immediato riconoscimento, in genere commerciale. È anche, oltre a questo, lo sport nazionale nella moda che identifichiamo come mainstream.

Inizialmente l’apparente idea di rinnovamento, sempre ovviamente spinta da un’ondata di disapproazione social con profilo più quantitativo che qualitativo, ha interessato razza e genere.
Mentre nella realtà il problema veniva affrontato eleggendo il primo presidente statunitense nero, Barack Obama, o più di recente facendo arrivare alla carica di governatore del Vermont Christine Hallquist, la prima transgender mai eletta in questa posizione, nella moda si aggiungevano prima timidamente e poi in massa modelli e modelle di varie colorazioni alle campagne pubblicitarie.
Subito dopo c’è stato il caso delle curvy che hanno prontamente invaso ogni sfilata, anche quelle dei brand che nel tempo si erano dimostrati più retrogradi a questo tipo di argomento.
Il passo è stato breve ad arrivare a condizioni patologiche come quelle di Bebe Vio, campionessa paralimpica di scherma o di Winnie Harlow, modella affetta da una forma molto grave di vitiligine.
E da lì è scoppiata una corsa al personaggio più freak da coinvolgere in un qualunque tipo di presentazione di vestiti, scarpe o gioielli.

Giusto per mettere le cose in chiaro, io non penso che le questioni si possano risolvere con un film, una serie televisiva, una sfilata o tantomeno una campagna su Instagram. Ho anche fortissimi dubbi che un media di qualunque genere possa influenzare il sentiment degli utenti in maniera così profonda da fargli cambiare opinione su questioni che riguardano l’etica. Esiste una cosa che si chiama politica che in teoria dovrebbe servire proprio a questo.

Barack Obama è stato la risposta a un fatterello che si chiama segregazione raziale che è teoricamente finita nel 1964 negli Stati Uniti ma in pratica è ancora una questione molto grave. Ci sono voluti 50 anni perché il problema venisse per la prima volta identificato chiaramente (non risolto) attraverso l’elezione della più alta carica dello stato. E la reazione è stata l’elezione di Trump.

La questione del corpo femminile, strettamente correlata con quella della razza perché facilmente attribuibile a particolari etnie, ha anche questa una storia lunghissima che passa attraverso un’ideale estetico di impostaziona ariana o WASP (sono la stessa cosa in pratica) e diventa, dagli anni 60 in poi, una delle battaglie portate avanti dai movimenti femministi. Certo, Beyoncè ha forse aiutato la causa ponendosi come esempio positivo di un cambiamento culturale, ma non dimentichiamoci che l’obiettivo primario di nostra signora dell’hip hop è vendere dischi, non fare attivismo politico.

Gli esempi sarebbero innumerevoli ma il punto nodale è che ogni giorno la moda (intesa nel senso più ampio possibile) ci sbatte di fronte agli occhi esempi di avanzamento sociale e quindi estetico che hanno pochissima corrispondenza con la realtà dandoci l’impressione di vivere in un mondo che in fondo non è così male, dove a ben guardare le cose stanno cambiando in meglio e forse c’è una speranza, anzi a pensarci bene c’è sicuramente.
Quindi come lo giustifichiamo il fatto che solo negli Stati Uniti l’anno scorso i crimini a sfondo razziale sono aumentati del 17 %? In Inghilterra dal 2006 ad oggi le violenze contro le donne sono duplicate.
E se volete possiamo anche parlare del clima che regna in Italia.

Ogni tipo di istanza sociale passa attraverso canoni estetici e quindi, prima che in ogni altro campo, attraverso la moda. Ma quello che la moda può fare è registrare dei cambiamenti che stanno avvenendo o sono avvenuti, non pensare di poterli fare accadere. Segnalare lo spostamento dei limiti di ciò che è accettabile esteticamente non vuol dire quasi mai poter brindare al raggiungimento di nuovi diritti civili.
Quindi tutte le volte che vediamo una celebrity mostrarci senza paura la sua cellulite o la sua faccia senza trucco, ogni volta che sentiamo un acceptance speech per un award che parla di obiettivi raggiunti e ogni volta che sfogliando un giornale leggiamo un intervista a un rappresentante di una minoranza a cui è stata affidato il ruolo di ambassador di Dior poniamoci una domanda: è avanzamento sociale o è solo e semplicemene marketing?




Una direzione creativa di successo rende immediatamente riconoscibile il marchio e il suo valore




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