Moda

Dolce & Gabbana e il buio che ci circonda

Ci hanno fatto arrabbiare. Ma forse ci hanno regalato qualcosa di importante su cui riflettere.

23 novembre 2018 - di Andrea Batilla

Ormai tutti sanno cosa è successo a Shanghai il pomeriggio del 21 Novembre quando quella che doveva essere una delle sfilate più spettacolari di tutti i tempi di Dolce & Gabbana è stata improvvisamente cancellata. Esistono tre video accusatori in cui una modella cerca di mangiare cannoli, spaghetti e pizza con delle bacchette e degli screenshot di commenti di Stefano Gabbana che, accusato di razzismo, in pratica restituisce le accuse al mittente rincarando francamente un po’ troppo la dose.
Il brand è passato dall’essere uno dei più popolari in Cina ad essere estromesso da tutte le piattaforme e-commerce del paese e Stefano Gabbana, sotto al post in cui sostiene che il suo profilo Instagram è stato hackerato, ha ricevuto 200.000 post di insulti.

Il mondo nella sua interezza si è scagliato contro il brand e nello specifico contro Stefano Gabbana accusandolo di razzismo, di comportamento non etico, di falsità e di molti altri peccati non esattamente veniali.

Bene. Questa sembra essere una delle classiche favole dove è tutto chiaro: da una parte c’è il lupo cattivo e dall’altra cappuccetto rosso. Ma ne siamo proprio sicuri?

Ricominciamo dall’inizio. L’evento è stato cancellato non sotto la sollecitazione della valanga mediatica ma sotto precisa indicazione (per usare un eufemismo) del potente Ministero della Cultura e del Turismo della Repubblica Popolare Cinese che è direttamente intervenuto sul posto.
La Repubblica Popolare Cinese, pur avendo una carta costituzionale e un presidente regolarmente eletto, non è esattamente un esempio di democrazia né un luogo dove la libertà di espressione è data per scontata. Provate a googlare Piazza Tiennamen sul Google cinese e non otterrrete nessun risultato. Il controllo dei media da parte dello stato è fortemente invasivo e ramificato, tant’è che Facebook in Cina non esiste.
Immaginate che il nostro bravo ministro Bonisoli impedisca la proiezione pubblica di una puntata dei Sopranos perché lesiva dell’immagine dell’Italia e razzista e avrete un paragone abbastanza calzante. L’intervento segue quindi precise leggi che indicano come il valore dello Stato Cinese non possa essere messo in discussione in nessun modo e nessuna forma.

Entriamo poi in una questiona ancora più infuocata: l’accusa di razzismo. Il razzismo è una teoria secondo la quale l’umanità sarebbe divisa in razze distinguibili dai tratti fisici e alcune di queste sarebbero superiori ad altre. Una tesi che non ha nessun fondamento biogenetico. Le accuse di razzismo al brand sono partite dai famosi 3 video in cui si usa la figura retorica dell’ironia, riconducibile alle forme espressive sempre usate da Dolce & Gabbana ridicolizzando, apparentemente, la modella e attraverso di essa tutto il popolo cinese.
L’operazione è sicuramente di cattivo gusto ma il razzismo, lo sa bene chi lo ha sofferto sulla propria pelle, è un’altra cosa. L’intento di quei video è giocoso, non discriminatorio, male interpretabile ma sicuramente non razzista.

Poi ci sono i post forse hackerati o forse no di Stefano Gabbana. Anche questi, nel caso fossero veri, sarebbero stupidi, sconvenienti, esagerati, gratuiti, ingenui perché detti di fronte ad una platea mondiale ma si fa fatica a pensare che dietro ci sia qualcosa di ideologico. Si sente una forma di narcisismo ai limiti della patologia, una profonda frustrazione, una volontà di sfida ma gli atti violenti, anche solo verbali, sono altri. Sono molto lontano dal giustificare questo tipo di atteggiamento anche perché ne sono stato vittima in prima persona ma il contesto, quello dei social, è un contesto basso, generalmente senza senso perché mancante totalmente di riflessione.
E in quel contesto tutto questo psicodramma si è svolto.

Ora, quello che trovo strano è che una serie (piuttosto impressionante) di evidenti errori di comunicazione sia stata trasformata in un processo autoconclusivo contro il dinamico duo e che la coppia del momento sia stata universalmente riconosciuta colpevole di una deliberata e ingiustificabile distruzione dei principi fondamentali che regolano l’etica.
In queste ore in tutto il mondo c’è una sollevazione popolare senza precedenti contro Dolce & Gabbana mentre non ricordo niente del genere quando Liu Xiaobo, Nobel per la Pace e attivista politico, era detenuto per propaganda politica nelle carceri cinesi.

Le cose non sono mai così semplici e 200.000 persone che vogliono crocifiggere un signore che fa vestiti forse stanno cercando di dire altro. Forse stanno cercando di riaffermare potentemente che fanno parte di una nazione in cui i diritti civili non vanno di pari passo alla crescita economica, di un territorio che per i brand occidentali è solo un grande mercato, di una popolazione che ha sofferto e continua a soffrire e non vorrebbe più non solo essere vittima di stereotipi, ma non essere più vittima in generale. Questi 200.000 non credo siano veramente arrabbiati con Stefano Gabbana, credo siano stanchi di non sentirsi riconosciuti per quello che sono.

Ma alla fine dell’articolo deve esserci anche uno spunto di riflessione per Stefano e Domenico. Eccolo qua. Da anni il brand da un punto di vista di comunicazione lavora sulla stereotipizzazione, cioè sulla riproposizione incessante di una narrativa chiusa e precostituita in qui gli italiani mangiano gli spaghetti e vanno alla Messa e i cinesi, appunto, mangiano tutto con le bacchette. Lo stereotipo è un’altra figura retorica che serve per semplificare all’eccesso un messaggio in modo da renderlo comprensibile ad una platea il più grande possibile. Ecco. Forse non sono più i tempi. Forse è il momento di raccontare inclusione, unicità, diversità, in una parola realtà. Io sono italiano da generazioni ma ho una relazione fortemente distaccata verso gli spaghetti. Anzi direi che degli spaghetti non me ne frega quasi niente. Quindi se vuoi raccontare qualcosa di me o di chiunque altro ti devi sforzare di capire che le identità culturali ed estetiche sono argomenti complessi, stratificati e in continuo mutamento e oggi il mondo ha bisogno di reimparare esattamente questo. Quanto sia meraviglioso essere unici.




Una direzione creativa di successo rende immediatamente riconoscibile il marchio e il suo valore




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