Moda

Frankenstein contro Miuccia

Prada è il simbolo di un marchio che non riesce più a stare al passo con i tempi. Lo dice Mary Shelley.

14 Gennaio 2019 - di Andrea Batilla

Nel film Gothic di Ken Russell del 1986 si narra della sfida letteraria tra Mary Shelley, Percy Byshee Shelley, Byron e Polidori, una notte sul lago di Ginevra, da cui nacque il romanzo Frankenstein.
Frankenstein esprime l’orrore della scrittrice allora ventenne nei confronti di un mondo individualista e maschilista ma nasconde anche il suo immenso dolore per la figlia nata prematuramente e morta due anni prima. Nelle pagine del libro c’è un senso di profonda angoscia nei confronti della parabola di un uomo che vuole sostituirsi a Dio e della sua creatura che diventa un mostro suo malgrado.

Questo tema così profondo e coinvolgente sarebbe, secondo le parole di Miuccia Prada, il punto di partenza per la collezione uomo per l’inverno 2020 che ha appena sfilato a Milano.
In effetti Prada ha da sempre costruito la sua iconografia sulla diversità, sull’errore, sull’accettazione e glorificazione dello sbaglio e ne ha fatto una filosofia di vita tra le più copiate nella storia della moda.

Ma mentre i mostri di Mary Shelley nascono da una conflagrazione dell’identità femminile profondamente istintiva, romantica nel senso letterario del termine e quindi senza confini razionali, i diversi di Miuccia Prada sono il prodotto della vecchia lotta sociale tra borghesia, aristocrazia e proletariato. Nel primo caso un sentimento spontaneo da vita a una visione fortemente politica, nel secondo caso la rincorsa estetica dello strano per sé viene fortemente politicizzata a posteriori. Da quando Miuccia Prada ha cominciato il suo percorso nella moda tutto è cambiato e ogni messaggio, improvvisamente, ha richiami politici o sociali. Forse in risposta al disorientamento delle masse, forse perché i meccanismi di marketing sono diventati più sofisticati.

Questo per dire che di fronte alla sfilata biblica di Virgil Abloh per Louis Vuitton della scorsa stagione, ogni tentativo di parlare di diversità ad un volume più alto è decisamente impossibile. Tanto più che, a ben guardare, la sfilata di Prada uomo sembrava più un invito all’uniformità (e all’uniforme) che un tentativo di risvegliare coscienze addormentate. La moda, nel bene o nel male, ci sta abituando a una stratificazione di messaggi che prima non era mai esistita. Per farlo il sistema è passato attraverso l’autodistruzione della figura del designer per cancellare ogni rilevabile traccia di personale narcisismo che non fosse contestuale al progetto. La prova è che gli stilisti che si sentono autori o pensano di avere qualcosa di personale da dire sono falliti o stanno per fallire.

Il problema non è ovviamente la faticosa rincorsa di Prada verso un mondo con il quale non è più capace di comunicare ma è la constatazione che la falsificazione del messaggio è sempre più difficile perché il più moderno mezzo di comunicazione è la sincerità. Anche in questo caso nel bene e nel male. La rianimazione di molti marchi italiani passerà attraverso prese di posizione sociali e politiche, perché questo il pubblico finale vuole adesso.

Un marchio è diventato un essere umano, con delle opinioni, delle idiosincrasie, dei difetti che scatenano odio e dei pregi che scatenano amore. Il nylon nero anonimo non vuol più dire niente.




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