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Gucci e la religione del contemporaneo

Gucci esplora il sacro e il profano con l’aiuto dei Motus.

16 Gennaio 2019 - di Andrea Batilla

Profano è il contrario di sacro. Sacro è un aggettivo che descrive ciò che è connesso alla presenza o al culto di una divinità o, più genericamente, all’oggetto di una particolare riverenza o venerazione.
I culti a cui si diceva appartenessero le streghe erano considerati profani perché celebrati al di fuori del recinto della sacralità dogmatica cattolica. Ma in realtà ogni cosa  nell’universo che ci circonda può assurgere a sacro e rimanere in una relazione antitetica ma positiva con il resto, il profano. Il sentimento del sacro è personale, biunivoco, soggettivo, irrazionale e collegato direttamente alla trascendenza del divino dalla materia mentre è profano ciò che è terreno, carnale, ciò che da piacere fisico e non spirituale. È profano adorare finti idoli, è profano essere nelle cose invece che distanziarsene, è profano l’ordinario.

I due concetti sono opposti e quindi non possono coesistere ma un paio di sere fa mi è capitato di stare in un luogo dove sacro e profano stavano insieme.
MDLSX, una delle ultime fatiche dei Motus è stata rappresentata a chiusura della fashion week milanese al Gucci Hub di Milano. I Motus (Daniela Nicolò e Enrico Casagrande) sono uno dei gruppi teatrali più fortemente innovativi della scena italiana dagli anni 90 e la loro attrice feticcio, Silvia Calderoni, è nata per essere uno strumento performativo. La fisicità genderless di Silvia è perfetta per rappresentare l’adattamento del romanzo culto di Jeffrey Eugenides Middlesex, premio Pulitzer per la letteratura, ma il tema e il linguaggio dei Motus si sposano anche in maniera perfetta con l’universo malato di Alessandro Michele.

Gucci è diventato velocemente e a tratti inspiegabilmente un successo commerciale senza precedenti ma lentamente sta diventando anche un magnete culturale, un riferimento per dei pezzi di espressioni artistiche poco frequentate dalle masse e di certo quasi totalmente sconosciute al mondo della moda. Se l’autorialità sta nel recinto del sacro di sicuro le sneakers logate stanno in quello del profano, se esiste una sacralità dell’espressione libera del sé sicuramente viene costantemente profanata da pesanti impulsi pubblicitari costruiti ad arte.
Nel caso di Gucci però questa antitesi non è una costruzione volgare ma un riuscito esperimento di innesto di due specie aliene che insieme creano qualcosa di profondamente terrestre.

L’esplosione di gioia finale e la lunghissima standing ovation erano molto di più di un applauso alla bravura dell’interprete e dei registi. Gli applausi erano palpabilmente pieni di una profonda gratitudine verso un’operazione che ricuciva uno strappo tra cultura e mercato, tra profondità e superficialità, tra sacro e profano. Incapace di produrre senso la moda negli ultimi 10 anni ha vampirizzato ogni forma di arte facendo fare tovagliette da colazione a Maurizio Cattelan o facendo organizzare sfilate a Marina Abrahamovic. Questo ha reso desertico un paesaggio già devastato dall’assenza di nuovi designer di rilievo e ha massificato contenuti alti cancellandone completamente il senso.

Io parlo invariabilmente bene di Alessandro Michele non perché ne sono ammaliato. Anzi il carisma del personaggio è la parte che mi interessa di meno dell’operazione. Ne parlo perché cerco ogni volta di dissezionare la ricetta del suo successo e perché ogni volta che passo davanti alle vetrine di un negozio di Gucci vedo la meraviglia negli occhi di chi le guarda. Il concetto di meraviglia è connesso direttamente all’idea di sacro e di miracoloso ma stranamente anche a quella di profano e di spaventoso. Quest’uomo sta riscrivendo i codici culturali della moda e al momento tutto quello che gli altri direttori creativi sembrano fare (oltre a copiarlo) è osservarlo con un misto di sconcerto e distanza senza provare a capirlo. Il desiderio ha radici profonde che possono essere indotte solo parzialmente. Il desiderio è sincero e rifiuta l’artificio. Michele è l’unico vero nuovo sacerdote della moda contemporanea.




Una direzione creativa di successo rende immediatamente riconoscibile il marchio e il suo valore




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