Moda

Il governo del cambiamento e la moda

Il nuovo governo del popolo sta pensando alla moda. Proprio come ci pensa il popolo.

4 Gennaio 2019 - di Andrea Batilla

Gli anni nuovi si dovrebbero cominciare con i buoni propositi. Poiché dei miei non penso vi interessi, diamo un’occhiata a quelli degli altri.

Per quanto riguarda la relazione tra moda e istituzioni sembrano esserci buone notizie: è ripartito a ottobre il tavolo dedicato alla moda al Ministero dello Sviluppo Economico (il MISE) e a Dicembre è nata la Commissione di studio per politiche pubbliche a favore della moda italiana all’interno del Ministero del Turismo e Beni Culturali (il mitico MIBACT). Avere delle commissioni di esperti che analizzano la situazione e formulano progetti è normale in politica ma questa è la prima volta che sulla moda si lavora sia sul fronte economico/commerciale che su quello culturale.

Niente si sa la momento da un punto di vista operativo del tavolo del MISE perché immaginiamo che Di Maio in questo periodo abbia avuto ben altri pensieri.

Per quanto riguarda invece quello dei Beni Culturali il Ministro Bonisoli viene proprio dalla moda essendo stato direttore di NABA e presidente della Piattaforma Sistema Formativo Moda, quindi per un positivo allineamento planetario pare proprio che questa volta si possa arrivare a concludere qualcosa.
Ma ecco gli obiettivi della Commissione dalle parole dello stesso Bonisoli : “Innanzi tutto raccontarci cos’è oggi il patrimonio culturale della moda. Come seconda cosa ragionare per valorizzare nel modo migliore questo enorme patrimonio. La terza sarà suggerire al governo specifiche iniziative politiche per la realizzazione, crescita e sviluppo di uno o più musei della moda che permettano a tutti i cittadini di conoscere, studiare e appassionarsi a questo enorme patrimonio culturale”

La Commissione sarà presieduta da Barbara Trebitsch, direttore dei programmi accademici presso  l’Accademia di Costume e Moda di Roma, e sarà composta da: Sara Sozzani Maino, vice direttore di Vogue Italia e responsabile di Vogue Talents, Maria Luisa Frisa, curatore nonché professore ordinario allo Iuav di Venezia, Antonio Mancinelli,  caporedattore di Marie Claire Italia, Angelo Flaccavento, fashion writer e critico per testate italiane e internazionali, Margherita Rosina, professore di Storia della Moda all’Università Iulm Milano, Rita Airaghi, direttore della Fondazione Gianfranco Ferrè, Stefania Ricci, direttrice del Museo e della Fondazione Salvatore Ferragamo, Lapo Cianchi, vice direttore generale e direttore Comunicazione Eventi di Pitti Immagine, Raffaele Curi, direttore artistico della Fondazione Alda Fendi, Alberto Cavalli, co-direttore esecutivo della Michelangelo Foundation for Creativity and Craftsmanship, Daniela Tisi, consigliere del ministro ed esperta museale, e Paolo Ferrarini, titolare del corso di Fashion and Industrial Design all’Università di Bologna.

In Italia non esistono Musei della Moda. Ne ho parlato in un articolo su Linkiesta nel 2017 . Da allora la situazione non è molto cambiata tranne per un accordo tra la Galleria del Costume di Palazzo Pitti e Pitti Immagine per creare, attraverso una programmazione continua e ragionata, un vero e proprio museo della moda. Per ora sono state fatte solo alcune mostre temporanee. Pare che in Italia sia complicato capire il valore culturale e economico che può arrivare da una buona gestione del nostro patrimonio storico.

La mostra “Heavenly bodies” che esplorava il rapporto tra abito e religione cattolica al Metropolitan Museum di New York è stata vista in 5 mesi da 1.659.647 persone ed è la mostra più visitata di tutta la storia del museo, un museo nato nel 1872 e che è uno dei più importanti al mondo.
La mostra è, come sempre, stata supervisionata da Anna Wintour che negli anni è riuscita a portare al MET donazioni per 120 milioni di dollari. Una cifra talmente alta da valergli la denominazione dell’ala dedicata alla moda. Questi soldi sono stati essenziali per la sopravvivenza del museo che spende ogni anno circa 200 milioni di dollari in gestione e che riceve contributi pubblici solo per il 10%. Sì, ho detto 10 %.
Per fare un paragone la splendida mostra “Il museo effimero della moda” tenutasi a al Museo della Moda e del Costume di Palazzo Pitti nel 2017 ha avuto 122.000 visitatori.

Bene. In tutto questo qual è il problema? Il problema è che nessuno dei partecipanti alla suddetta commissione viene pagato, non vengono rimborsate neanche le spese di viaggio. Trovandoci all’interno di un governo del popolo questo potrebbe sembrare normale ma la domanda che mi faccio è per quale diavolo di motivo dei professionisti chiamati a svolgere un lavoro non debbano essere pagati. In nome di quale regola divina o legge non scritta una persona dovrebbe spendere i propri soldi per aiutare uno stato che gli chiede metà dei soldi che guadagna in tasse per dargli in cambio un paese senza asili, una sanità che non funziona, un sistema pensionistico inquietante, una lotta alla criminalità organizzata traballante e via andare?

Sotto quale buon auspicio parte questo nuovo progetto? Non certo quello della costruzione di valore visto che chi partecipa non è meritevole neanche del rimborso di una seconda classe da Milano a Roma. E non è la notizia in sé ad essere grave ma quello che traspare dal suo significato e cioè che, come al solito, la moda abbia poca importanza. Questo soprattutto alla luce del fatto che gli obiettivi del tavolo sono giganteschi: la relazione che dovrà essere presentata entro Maggio dovrà sostanzialmente dire come organizzare, rendere visibile e mettere a reddito tutto l’immenso patrimonio relativo a moda e costume del nostro paese.

Conosco quasi tutti i partecipanti personalmente e so che sono persone di buona volontà ma so anche che 13 persone intorno a un tavolo per 4 o 5 volte possono fare ben poco altro che segnalare qualche criticità e dare dei consigli di massima. Questo non basterà. La moda ha bisogno di una cosiderazione più ampia, strutturale, globale. Ha bisogno di sviluppare pensiero in maniera continuativa attraverso un impianto che resista ai continui cambiamenti di governo e di sensibilità.
La moda ha bisogno di aiuto dalle istituzioni e non so se questo sia un buon inizio o un’altra falsa partenza.




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