Moda

Un sistema moda che non serve più

Il sistema moda sta collassando su se stesso portandosi dietro tutti i giovani talenti. Solo internet e i social media possono farlo risorgere.

7 ottobre 2018 - di Andrea Batilla

In molti si domandano di questi tempi cosa ci sia che non vada in un modello industriale, quello della moda, ma non solo, che segue ancora logiche novecentesche.

Un designer che abbia la malaugurata idea di lanciarsi sul mercato deve cercarsi i soldi per finanziare una collezione di almeno 60/80 capi che vuol dire investire al buio tra i 20.000 e i 30.000 Euro. Questo due volte l’anno salvo scegliere di accondiscendere alle ormai commercialmente indispensabili pre collezioni altre due volte l’anno. Siamo così a 120.000 Euro.
La spesa è evitabile se si trova un produttore con il quale stringere un contratto di licenza che oggi come oggi è come dire prendo una 600 del 1974, arrivo in Guatemala e torno.
Poi ci sono i fee di entrata negli show-room che si occupano di distribuzione che vanno dai 2.000 ai 5.000 Euro a stagione e che vengono raddoppiati se le collezioni devono essere vendute anche a Parigi. E sono altri 20.000 Euro. Anche qui ci sono liste di attesa chilometriche e solo per avere degli appuntamenti sono necessarie raccomandazioni.
Subito dopo arrivano gli uffici stampa che se scelgono di sacrificarsi ti chiedono 5.000 Euro a stagione ma possono arrivare anche a molto di più. E sono altri 10.000 Euro.
A seguire i siti e la gestione dei social. Facciamo 5.000 Euro l’anno forfait.
Siamo arrivati a oltre 150.000 Euro l’anno per un nessuno qualsiasi che pensa di avere talento sufficiente per entrare dentro qualche negozio del mondo.
Questo qualcuno immaginiamo che abbia anche un ufficio e un po’ di persone che lo aiutano e dobbiamo subito aggiungere altri 50.000 Euro annui.
Ma non è finita. Le collezioni le dovrai pure fotografare e presentarle, magari facendo una sfilata che se sei un poveraccio vero ti costa almeno 20.000 Euro?
La gavetta, se sei bravo, bello e fortunato, dura almeno 3 anni e richiederebbe quindi un simpatico investimento il cui totalone si avvicina al milione di Euro.

No. Non sto scherzando.

Non dimentichiamo poi che lungo questo accidentato cammino, se per un allineamento planetario si arriva ad avere tutti i tasselli funzionanti, un abito aumenta considerevolmente di prezzo a causa dei ricarichi: roba che se costa 100 produrre una camicia il consumatore finale la paga 600 perché tutti ci devono guadagnare, tutti hanno spese fisse e figli a carico da mantenere.

Che dire? Bisogna solo sperare che l’Italia sia piena di geni miliardari con tanta voglia di consumarsi il patrimonio di famiglia altrimenti il prosciugamento delle risorse creative (che sta avvenendo alla velocità della luce) ci libererà per sempre dal dubbio se essere o no rilevanti sullo scacchiere internazionale.
È lecito quindi domandarsi se esista un’altra via, meno costosa, più rapida e magari più contemporanea per fare una cosa che tutto sommato è semplice: vendere vestiti, scarpe, borsette, oggetti in genere.
Gli americani, che hanno una terminologia per tutto, l’hanno chiamato Direct-To-Consumer, che in parole povere vuol dire usare internet per vendere cose eliminando tutti i passaggi intermedi, avendo quindi un gigantesco risparmio in termini economici e potendo offrire al consumatore finale la stessa camicia che pagherebbe 600 a massimo 250.
Mica male come idea. Peccato che nessuno la persegua.

Ma vediamo nel dettaglio.

Immaginiamo di costruire un modello di business su quello che una volta si chiamava pronto moda, cioè su piccoli lotti produttivi che vengono venduti direttamente dal produttore al consumatore finale.
Se fossi un piccolo designer imprenditore avrei accesso a tonnellate di tessuti rimanenze di magazzino a poco prezzo, potrei sfruttare i tempi produttivamente morti dei laboratori e quantificare esattamente quanti soldi voglio (o posso) spendere. Potrei quindi produrre delle piccole capsule collection a ritmi serrati e metterle in vendita su un sito/ecommerce fatto da me su Shopify a 16 Euro al mese, perfettamente funzionante e tecnologicamente all’avanguardia. Attraverso un’attenta gestione dei social, anche investendo un po’ di soldi (diciamo 20 Euro al giorno?) porterei gente al mio sito e, se sono bravo, comincerei a vendere. In questo modo avrei pochissimo magazzino e tutti i guadagni sarebbero miei.
Ma ovviamente la soddisfazione più grande sarebbe che riuscirei a fottermene di tutto il sistema in un’unica facile lezione.

Andatevi a leggere la storia di Warby Parker , marchio di occhiali newyorkese che ha cominciato proprio così e ora ha 60 negozi di proprietà negli Stati Uniti. Ma date anche un occhio alle scarpe di lana merino di Allbirds, o alle collezioni super minimal di Everlane che per ogni prodotto vi dice esattamente come è costruito il costo e quanto è il loro guadagno.
Se volete rimanere in Italia guardatevi , sartoria maschile online a prezzi imbattibili.

Eccola lì la ricetta miracolosa. Esiste un modo per ribaltare le regole e in molti (soprattutto all’estero) ci sono già arrivati passando attraverso un uso intelligente della tecnologia e dei social media. In Italia siamo più lenti e forse anche più pigri ma temo che se vogliamo uscire dal tunnel (non quello del divertimento) dovremo abbracciare questo nuovo, meraviglioso modo di vedere le cose. Ballando la rumba sulla tomba del vecchio sistema. E sutti gli influencer.




Una direzione creativa di successo rende immediatamente riconoscibile il marchio e il suo valore




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