Moda

La moda ai tempi del colera

È più pericoloso il Coronavirus o il virus dell’insignificanza?

4 Marzo 2020 - di Andrea Batilla

Sono appena finite tutte le fashion week più importanti del mondo appena prima della chiusura totale degli eventi pubblici causata dall’emergenza Coronavirus. Seoul, Tokyo e tutte le altre settimane della moda probabilmente non si faranno. I buyer, impauriti e sgomenti da questa situazione che non ha precedenti, stanno scegliendo di disertare gli show-room lasciando all’asciutto non i mega brand ma i progetti medi e piccoli che dovranno cercare di capire come resistere senza ordini e senza aiuti da nessuno.
Anch’io sto vedendo tutti i miei impegni di lavoro quotidianamente cancellati perché qualcuno ha starnutito o semplicemente perché si pensa che l’unica risposta possibile a questa crisi mondiale sia spostare le incombenze a data da definirsi.
Diciamocelo, il mondo sta letteralmente crollando sotto i nostri occhi e lo smart working non sembra essere una ricetta efficace per rallentarne l’autodistruzione.

In questi tempi che fanno pensare alle atmosfere poeticamente decadenti di Morte a Venezia ma che di poeticamente decadente non hanno niente la moda si sta comportando male, molto male.
Preso in contropiede dalla valanga di pessime notizie il mondo del lusso non sembra aver mostrato nessuna delle reazioni tipiche di un settore che, sulla carta, dovrebbe nutrirsi di contemporaneità e che invece continua a pensare che le cose si possano sistemare inserendo un paio di modelle ciccione in una sfilata.
Pare proprio che la riflessione della moda si sia rivelata completamente trasparente ai disastri causati dal virus o da altri fattori contingenti. Nessuno né ha accennato, nessuno l’ha fatto entrare come tema all’interno delle collezioni, nessuno né ha parlato pubblicamente. I designer stanno rivelando chiaramente quale sia il loro vero e unico problema oggi: non avere il benchè minimo attaccamento alla realtà.
Se il giudizio vi sembra esagerato basta guardare cosa hanno combinato alcuni tra i brand più importanti, di cosa hanno parlato e come l’hanno fatto.

Cominciamo da Sua Maestà Demna Gvasalia aka Christobal Balenciaga in versione georgiana street. Il tema della sfilata fantasmagoricamente coreografata era la fine del mondo, l’ansia millenaristica derivante dalla consapevolezza che la vita (umana) sulla terra potrebbe finire presto se non mettiamo mano al problema del surriscaldamento. Il brand, noto per vendere tonnellate di sneakers prodotte in Cina, ha voluto ricordarci che dobbiamo al più presto pentirci delle nostre azioni attraverso uno show instagram friendly ma decisamente non carbon print neutral. La moda per come ci si aspetta che sia nel senso più deteriore del termine ha camminato sulle acque nere di un palazzetto dello sport allagato usando non l’intelligenza della narrazione poveristica che Demna in passato ha dimostrato di avere ma attraverso una forza economica equivalente alla messa in scena della fine del Titanic nel film di James Cameron. I vestiti non avevano, come al solito, nessun tipo di senso, ma stavano a rappresentare un’idea di coolness frigida e invadente di cui immaginiamo il mondo non abbia granchè bisogno in questo momento mentre gli astratti riferimenti ai cambiamenti climatici servivano solo a riempire i feed di giornalisti e influencer di immagini perfette per essere viste su uno schermo di uno smartphone.

Miuccia Prada, ex eroina del dibattito politico, ha decretato la sua definitiva sconfitta sia sul fronte Prada che su quello di Miu Miu, dimostrando in entrambi i casi come si sia arrestata, dalle parti di Via Spartaco, la fiamma creativa e come l’unico pensiero ancora vivo sia la riproposizione di cose già fatte e viste che nella loro apparentemente tranquillizzante armonia raccontano solo, di nuovo, la completa cecità di fronte al contemporaneo. Forse non hanno ancora capito che così facendo spingono i loro possibili clienti verso le tonnelate di Prada vintage sparse per i quattro continenti che non solo sono stilisticamente più interessanti di quelle di oggi ma che sono anche più eco coscious perché sono, in definitva, una forma di riciclo.
Ma, direte voi, tra poco meno di un mese arriverà il ciclone Raf Simons e sistemerà tutto. Personalmente, dopo averci pensato e ripensato, questa mi sembra l’ennesima dimostrazione di debolezza di una strategia fallimentare su tutta la linea. Prada non ha bisogno di fare outsourcing. Negli anni hanno formato i più bravi designer in circolazione che, da Stefano Pilati in poi, se la sono data a gambe in cerca di luoghi più limpidi e tranquilli. Sarebbe bastato tenerli lì, concedergli lo spazio che si meritavano, nutrirli, accudirli e motivarli e il risultato sarebbe stato, invece di un’apatica e indifendibile involuzione, una continua e ribollente rinascita. Ma si sa, each man kills the thing he loves.

Ed eccoci a parlare della svolta radicale che Pier Paolo Piccioli ha impresso questa stagione a Valentino, brand il cui successo intergalattico deriva dalla sua capacità di reinventare il trito decorativismo italiano e che questa stagione è stato rivisto in chiave pauperistico minimalista concettuale, come se ci fosse bisogno di altri cappotti neri. Piccioli ha parlato, incredibilmente, di inclusione, di scambio di ruoli, di unisex e di transgenderismo ma quello che in realtà si è visto è stato un gruppo di allegre signore ricche che improvvisamente si infilano i boot delle figlie perché vogliono sentirsi di nuovo giovani. Uno dei meccanismi della moda degli anni 90, soprattutto di quella italiana, è sempre stato spiazzare il pubblico che si aspetta qualcosa facendolo scontrare con l’esatto opposto. Ma il meccanismo che da Valentino hanno cercato di ricreare per dimostrare che il brand può evolversi affrontando territori che oggettivamente non gli appartengono, sinceramente oggi non ha più senso di esistere. Quello dell’identità non è più uno stratagemma di marketing ma l’unico punto fisso che rimane agli sperduti clienti per decidere se comprare o no qualcosa. E qui il colpo di scena è che una signora ricca di una certa età abituata al’effervescenza cromatica di Valentino non ha nessun interesse verso i cappotti neri né verso i boot militari e per consolarsi della luttuosa perdita si sentirà spinta verso altri lidi. La morale è che è facile cambiare per cambiare, ma difficile innovare senza spostarsi dai codici primari di un marchio. La realtà, anche in questo caso, non è pervenuta.

Ma eccoci alla superstar più superstar che ci sia: Virgil Abloh. Nella sua collezione donna per Off-White ha provato, pensate un po’, a unire i codici della couture con quelli dello streetwear sparpagliando la collezione di riferimenti ai bei tempi andati. Quello di Amber Valletta vestita con una versione cheap di un Tom Ford per Gucci ne è un esempio.
Da un punto di vista progettuale mettere un giubbotto tecnico su una gonna di tulle è un’operazione tamente semplice che non la farei passare neanche ad uno studente del primo anno di un corso di Fashion Design ma di fronte al rispledente successo commerciale di Off-White tutto è concesso. Eppure Virgil è il personaggio che più di tutti ci aveva fatto sperare in un abbattimento delle barriere tra mainstream e mondo indipendente, uno che, non appartenendo al mondo della moda, pensavamo si sarebbe potuto concedere la libertà di distruggere per poi ricostruire, il primo afro americano alla corte della LVMH, l’outsider che fa la rivoluzione dall’interno.
Invece questo personaggio diventato velocemente leggendario, soprattutto dopo la sua misteriosa sparizione che si è sempre rifiutato di chiarire, ora appare alla fine delle sue sfilate in occhiali da sole che sono una metafora anche troppo chiara di come abbia scelto di voltare le spalle alla sua libertà espressiva e di quanto stia approfittandosi di una cosa che si chiama appropriazione culturale che lui stesso, per lungo tempo, ha combattuto.

Potrei andare avanti all’infinito ma preferisco concludere con qualche esempio positivo che indica forse un paio di possibili vie di riscatto per la moda nel suo insieme.

Silvia Venturini Fendi, libera finalmente dall’oppressiva presenza di Karl Lagerfel, ha presentato una luminosa collezione fatta semplicemente di bellissimi vestiti che trasformerebbero anche la più sciatta delle donne in una regina dell’eleganza nel senso più classico del termine. I suoi abiti scolpiti sul corpo segnalano una capacità sartoriale che avevamo perso di vista e che forse è una delle cose verso cui dovremmo tornare ma raccontano anche di un impossibile ideale estetico, schiacciato dalle tonnellate di streetwear senza senso, che improvvisamente torna ad essere contemporaneo. L’immagine liberatoria di una donna designer che fa quello che sa fare è molto più affascinante di qualunque tentativo mal riuscito di sembrare alternativi senza veramente esserlo.
Alessandro Michele ha invece tentato di raccontare l’indicibile. Nella sua incredibile performance teatrale ha messo in scena le centinaia di creativi invisibili che contribuiscono ogni giorno al successo di brand come Gucci ma che rimangono sconosciuti, trasparenti e innominabili per evitare che l’ideologia del designer demiurgo venga anche solo minimamente scalfitta. In una presentazione che avrebbe potuto avere la regia di Romeo Castellucci ai tempi dei Raffaello Sanzio, Michele ha svelato a tutti quanto il successo sia innanzitutto un lavoro di team e quanto il sistema malato della moda di oggi non permetta mai di parlare della cosa più contemporanea che esista: la creatività come fattore di condivisione.

Pare insomma che il presente, in forma di virus o di qualsiasi altra manifestazione, non entri se non raramente nelle asettiche stanze della moda. E pare anche che la funzione di spinta alla riflessione sociale che la moda ha sempre avuto stia scomparendo sotto i colpi non certo di Instagram ma della finanza capitalistica che nella sua invadente e perniciosa penetrazione ha portato tutti (o quasi) ad avere come unico obiettivo non la creazione di senso ma la creazione di denaro.








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