Moda

La noia e il cambiamento

Cambia tutto di nuovo nella moda. Proprio mentre si stappavano le bottiglie di champagne.

12 Giugno 2019 - di Andrea Batilla

Siamo alla vigilia di una nuova e non particolarmente attesa tornata di sfilate uomo e donna tra Giugno e Settembre con degli intercalari di alta moda e già siamo tutti stanchi.

Tutti i nuovi nomi ci hanno ampiamente deluso o annoiato, dall’enfant non più prodige della moda francese Jacquemus al non più così cool Balenciaga al sempre un po’ troppo uguale a sé stesso Gucci. Siamo ancora in lutto per la prematura dipartita dell’unico vero genio vivente Raf Simons, spedito via a calci dai proprietari di Calvin Klein che non riuscivano a superare i mal di testa che gli procuravano le sue collezioni e i conseguenti bilanci. Siamo veramente stufi di sentire parlare di body consciousness, di women empowerment , di age shaming e di female liberation come unico argomento di discussione intorno a dei vestiti mentre continuiamo a non sentire parlare in maniera seria di social responsability, trasparenza della filiera e sostenibilità ambientale. E poi diciamolo, ci fa abbastanza nauseare l’idea che la combo Rihanna e LVMH sia l’unica operazione a fare notizia mentre ogni giorno spariscono dalla circolazione brand appena nati di giovani talenti che sopravviverebbero per anni con i soldi che spende Rihanna in una notte. Per non parlare di Tom Ford alla guida dell’American Fashion Council come segno del tempo che passa ma i ricchi e famosi rimangono.
Verrebbe naturale farsi prendere da un senso di acritico e assoluto annichilimento e attacarsi ai saldi dei saldi di Farfetch nel tentativo di trovare conforto.
Personalmente ogni tanto lo faccio e lo trovo terapeutico ma non penso che possa risolvere neanche uno dei milioni di problemi in cui versa il nostro simpaticissimo mondo della moda.
Io ho sempre creduto nella riflessione e nella conseguente azione, non a mano armata ma a cervello armato, e mi pare che anche in questo momento di disperazione sia l’unica opzione disponibile.
Quindi riflettiamo.
Siamo in un momento di fortissima transizione in cui l’ubriacatura dei soldi facili provenienti dalla bolla streetwear sta svanendo e non si capisce bene con cosa possa essere sostituita. I fatturati di quasi tutti i brand del mondo sono stati negli ultimi anni gonfiati dalla vendita di tonnellate di sneakers, magliette e felpe che non avevano nessun reale valore di mercato. Il popolo caprone se l’è bevuta non troppo elegantemente per un bel po’ ma adesso si è definitivamente rotto le palle lasciando un vuoto incolmabile nelle previsioni di fatturato di mega e mini brand.
Gli addetti ai lavori non vogliono credere che sia di nuovo ricercato uno dei valori più spariti dal radar di sempre: la qualità. Quei furboni della generazione Z hanno cominciato a ritirare fuori i vecchi cappotti di Max Mara delle madri e hanno definitivamente bruciato i ponti con le tshirt vietnamite e gli hoodies made in Bangladesh. Questo perché, come sa bene chi la moda la studia, ogni generazione vomita sopra quello che si è messa la generazione precedente.
Quindi si torna a navigare a vista perché pare che il mercato adesso voglia cappotti e giacche costruiti, vestiti ben fatti e scarpe che non fanno venire il mal di piedi. La moda pensava di essersi finalmente sganciata da queste bassissime dinamiche che relazionano il valore di mercato di un prodotto con quello reale non accorgendosi che anche QVC ha un board etico-legale che si assicura che tutto quello che viene venduto valga il prezzo che appare sullo schermo.
Nel capitalismo ottocentesco il profitto era considerato etico perché veniva reinvestito in occupazione, ricerca ed espansione. Nel capitalismo finanziario di oggi il profitto è un valore in sé, un numero che ha tratti religiosi, non più una variabile ma l’unico obiettivo.
Così, come era ovvio, stiamo tornando al punto di partenza. I super giovani cercano vestiti che sembrano vestiti ma ovviamente non li trovano o perché costano troppo o perché semplicemente non esistono. I produttori che avevano appena finito di stringere accordi capestro con laboratori di jersey pugliesi a basso costo devono ricominciare da zero e trovare chi fa giacche o maglieria con un senso di esistere. Gli stilisti Instagram friendly si sono resi conto che quello che spendono in follower e like comprati equivale a quello che guadagnano sui loro ecommerce traballanti.
E che dire delle tanto vituperate (anche da me) influencer? Sono diventate un sistema quotato a Wall Street che ha sostituito i giornalacci pop di una volta. Hanno smesso di avere rilevanza nel dibattito culturale. Fanno il loro lavoro e basta.
Tutto cambia di nuovo. Perché la moda è un sistema responsive che si adatta alla realtà o per meglio dire alla contemporaneità. Ed è anche un sistema resiliente  cioè, come direbbe la Treccani, “una comunità (o un sistema ecologico) che ritorna al suo stato iniziale dopo essere stata sottoposta a una perturbazione che l’ha allontanata da quello stato”.




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