Moda

La politica del non ritorno

In questi tempi di populismi anche la moda è vittima del richiamo delle folle. E come nella politica esiste un’unica ricetta per vincere.

1 ottobre 2018 - di Andrea Batilla

Qualche giorno fa, in una meravigliosa mattina di sole come se ne vedono poche a Milano, ci siamo svegliati con metà paese esultante per una nota di aggiornamento del DEF che da speranza a chi è seriamente povero e metà paese in preda all’incubo di uno spread alle stelle e della fuga dei capitali esteri. Sembra che da parte della politica ci sia un’insensata corsa verso il sollecitare le paure più profonde del paese e nessuna capacità di dipingere scenari sostenibili, equi, anche utopici ma basati su una visione precisa.

Il popolo vuole quello adesso? Diamoglielo. E questo vale per tutti i partiti, nessuno escluso.

Per quanto possa sembrare un salto spazio temporale ardito, nella moda sta succedendo esattamente la stessa cosa, da tempo. E questo non è un problema solo italiano. C’erano una volta i vestiti fatti con cura e attenzione alla qualità e i progetti che avevano un senso e volevano comunicare qualcosa. Oggi il mondo è invaso da tonnellate di cenci a basso costo prodotti in condizioni deprecabili in paesi in via di sviluppo e da brand che hanno alla guida dei dj, persone che mettono insieme pezzi che piacciono al pubblico. Di fronte a una collezione come “Babel Womens” di Rick Owens che ha appena sfilato a Parigi e che è una critica aperta alla condizione femminile nel mondo, i giovani instagrammari hanno violenti mal di testa che a volte si trasformano in attacchi epilettici.

Troppo difficile, troppo complicato, troppo significato.

Il problema della leggerezza, o della superficialità, è che sono delle categorie dello spirito attraverso le quali è molto difficile far passare messaggi sociali o politici. A meno che non si consideri un messaggio politico il fatto di fare sfilare donne grasse o vecchie, un moto rivoluzionario nei confronti di un’estetica pulita e ariana imposta dal mainstream.

Troppo facile.

Un messaggio politico è qualcosa di articolato che passa attraverso l’indipendenza di pensiero (quindi anche economica), si struttura nel linguaggio che la moda usa che è l’estetica e viene recepito in maniera profonda nel tempo, non ripetendo slogan ma accogliendone il messaggio come fosse un mantra e seguendone l’insegnamento. Uno scenario che oggi, nell’epoca delle t-shirt femministe da Dior, sembra impossibile da realizzare. Siamo tutti convinti che business is business, che Fedez è più simpatico di Manuel Agnelli (per non dire di Asia Argento) e che se Off-White tutti lo vogliono perché non dargliene vagonate? Ma a che cosa ci porteranno questo tipo di pensiero, queste azioni così voracemente schizofreniche, questi subitanei cambi di direzione? Dove ci condurrà il voler incessantemente seguire ciò che le folle credono di volere? In fondo dietro ogni idea politica, oltre ad una visione c’è un fattore educativo, uno stimolo a migliorare passando anche attraverso esperienze scomode. La politica è, per eccellenza, il bene comune, non il bene di un singolo o di una parte dei cittadini. E per crescere (in tutti i sensi) bisogna avere dei maestri, qualcuno che in maniera credibile ti dica ciò che è bene e ciò che è male, che non ti faccia strafogare di cioccolata anche se tu ci vorresti fare il bagno dentro.

Oggi una sneaker di Balenciaga non si nega a nessuno. Un oggetto senza senso ma con tanto appeal di mercato, il massimo della vita per ogni amministratore delegato e il minimo della vita per chi si definisce un designer.

Tornare indietro da questa discarica evolutiva è possibile se le condizioni generali cambiano perché, nella politica come nella moda, è tempo di prendere decisioni coraggiose invece che populiste e questo richiede uno sforzo tremendo, lacrime e sangue, una sfilza di no lunga da qui a Marte. E qui arriviamo al paradosso più profondo. Anche nella moda ci sono pensatori attenti, manager con capacità di visione, designer frustrati che avrebbero voglia di urlare tutto il loro disappunto. Ma non esiste nessuno che li ascolti. Esattamente come le opposizioni che in politica sono sparite, lo scenario attuale della moda è rappresentato da un pericoloso pensiero unico che impedisce l’indipendenza, che è diretto solo verso il mercato e che è probabile che stia creando i presupposti per la fine di tutto ciò che noi riteniamo sia bello e quindi buono.




Una direzione creativa di successo rende immediatamente riconoscibile il marchio e il suo valore




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