Moda

Romeo Gigli e la scomparsa del radicalismo indipendente.

A Romeo Gigli non è mai stata dedicata una monografia.
Il testo qua sotto è l’introduzione a una monografia che ho scritto e che non è mai stata pubblicata.

28 ottobre 2018 - di Andrea Batilla

I fan di Romeo Gigli sono un popolo ordinato, cosciente, orgoglioso, fatto di persone di estrazioni sociali e provenienze geografiche diversissime, con fisici completamente diversi, dall’ossutezza androgina alla morbidezza naturalmente femminile. Una schiera di uomini e donne che si è riconosciuta in un insieme preciso di segni e in un particolare approccio narrativo. Persone che si sono sentite aiutate, comprese, rispettate, che non hanno voluto subire le divise degli anni Ottanta perché non volevano appartenere a nessun regime, a nessun genere, che non hanno voluto travestirsi perché non volevano dimostrare di essere nessun’altro se non sé stessi. Degli outsider o degli intellettuali, diversi ma carismatici, pericolosamente dentro i meccanismi della moda ma anche coscientemente distanti. Questa schiera di fan, ormai ultra quarantenni, è ancora viva e vibrante e pur avendo perso un punto di riferimento estetico ne conserva un ricordo indelebile con più di una nota di malinconia.

Chi studia la moda o chi la segue per passione da poco tempo ha invece a fatica sentito nominare Romeo Gigli che come molti suoi contemporanei non è arrivato a riempire le pagine dei libri di storia della moda, non ha avuto una mostra estensiva a lui dedicata, né un libro scritto per raccontarne l’opera. Nato nel 1983, il brand Romeo Gigli oggi esiste senza il suo ideatore che ha smesso di occuparsene nel 2004 e non essendo più animato dalla visione autoriale del suo fondatore è praticamente sparito dal mercato.
Per l’uscita di scena di uno dei più importanti rappresentanti della moda degli anni Novanta esistono sicuramente motivi personali e professionali ma forse, cercando di vedere le cose da una prospettiva più ampia, è giusto ricordare che a partire dalla fine degli anni Novanta le masse adoranti che seguivano la moda e che di moda si nutrivano hanno smesso di credere alle storie degli autori e mentre il sistema economico dell’abbigliamento si ricompattava in poche multinazionali del lusso, la spinta all’acquisto diventava qualcosa di artificiale, di impersonale, di non istintivo, di provocato. La costruzione di un’identità di brand intorno a borse o a scarpe richiede un dispendio di energie economiche molto forte, una monodirezionalità del messaggio, un impegno all’appiattimento narrativo per evitare sbagli di rotta. Una svolta epocale che ha avuto il risultato di cancellare nomi fondamentali nella moda o di normalizzarli, facendoli diventare strumenti di guadagno fino allo sfinimento totale e in qualche caso alla morte.

Al nome Romeo Gigli si associa un approccio poetico trasmesso da una perfetta idea di stile e da fotografie eleganti di donne fragili, evanescenti, androgine, etniche, principesche, lontane. Pensando a lui si ritrovano immagini di cappotti cocoon, di cappe ricamate, babucce appuntite, capelli raccolti. Si viene spinti in un mondo fatto di magia, in una frattura dello spazio tempo in cui i codici di bellezza sembrano eterni, in cui i movimenti sono frenati, rallentati, la forma dei corpi è sognante, l’incedere è regale. L’influenza dell’estetica di Romeo Gigli è stata impressionante sia nel momento del suo massimo splendore che negli anni a venire. Come diceva Fellini: “Ho capito di essere famoso quando sono diventato un aggettivo”. E Gigli è lentamente passato da essere un cognome a un aggettivo che connota una serie di codici riconoscibili e ormai diventati universali. Raf Simons nel documentario “Dior and I” che racconta la costruzione della prima collezione couture da Christian Dior, guardando una cappa cocoon in seta chinè dice “It’s like Romeo Gigli on acid”.  Ciò che è stato molto amato e scompare prima del tempo entra in una dimensione mitica che gli assicura, oltre ad una vita eterna, un ruolo di riferimento costante per chi vuole continuare ad amarlo, ad osservarlo, ad usarne gli insegnamenti. Il lavoro di Romeo Gigli e i suoi codici sono decisamente entrati a far parte del vocabolario della moda e per questo motivo forse è venuto il momento di osservarli più da vicino.

Ho incontrato Romeo Gigli per la prima volta nel 1990 quando, ancora al secondo anno della Marangoni, sono stato chiamato per un colloquio con lui. Ricordo tutto di quei giorni. Il nome della centralinista, Raffaella, che tempestavo di telefonate cercando di sapere se qualcuno aveva visto il book con i miei disegni e il nome della responsabile dell’ufficio stampa, Magnolia, che mi chiamò chiedendomi le disponibilità per fissare un appuntamento con il Sig. Gigli. Non avendo un’agenda, né particolari impegni, non avevo capito a fondo il significato della domanda. Il giorno dell’incontro negli uffici di Corso Como 10 il sole entrava dalle enormi finestre, Romeo era seduto ad un tavolo rettangolare vuoto con il mio book davanti e l’abito di crêpe di lana blu che avevo addosso, il completo da matrimonio di mio padre, mi faceva molto caldo. Quel giorno iniziò la mia vita professionale e nei successivi sette anni avrei imparato da Romeo tutto quello che so sul nutrire il lavoro di passione, sullo scandagliare nei più lontani recessi la mia parte creativa, sul costruire un progetto partendo da un solido approccio metodologico.

Istinto e ragione. Visione e cura.

Parlare di Romeo Gigli oggi vuol dire parlare di una generazione di eroi sconfitti, schiacciati da sé stessi o dal mercato, fuggiti dalla scena prima del tempo, morti o diventati immortali, per incapacità o per volontà di rifiuto delle convenzioni, del pensiero dominante, dell’estetica popolare, del denaro. Vuol dire ripercorrere la stagione di un potente radicalismo sotterraneo che nel momento di emersione si è disintegrato, frammentato o ha assunto le sembianze della normalità, assorbendo i codici del mercato. Helmut Lang, Martin Margiela, Alexander McQueen, John Galliano, Jil Sander, Sybilla, Husseyn Chalayan. Ma anche, in altri campi, Peter Greenaway, Gregg Araki, Harmony Korine, Sarah Kane, David Leavitt, Nan Goldin, Davide Sorrenti. Vuol dire, soprattutto, riconoscere a Gigli la sua straordinaria forza innovativa, la sua visione rivoluzionaria del femminile, la sua granitica onestà intellettuale, la sua volontà di non piegarsi mai alle richieste di chi pensa di sapere come le persone vogliono vestirsi. Questo mentre il mercato si è impossessato delle sue forme e dei suoi colori, i brand globali dei collaboratori cresciuti con lui e qualcuno si è anche impossessato del suo nome.
Parlare di Romeo Gigli, nel momento in cui pensare e progettare in maniera indipendente sembra tornato ad essere un valore, è in fondo un atto profondamente politico perché aiuta a fare luce su un argomento rimosso dalla cultura ufficiale ma mai ufficialmente eliminato, una storia che in molti ricordano con piacere ma solo per pochi fuggevoli momenti, una serie di collezioni e di immagini che sono rimaste scolpite nella mente di molti e che oggi riemergono silenziosamente ma chiaramente nel lavoro di Raf Simons per Dior, Maria Grazia Chiuri e Pierpaolo Piccioli per Valentino o Heider Hackerman, per citarne alcuni. Rick Owens, Raf Simons, Nicolas Ghesquière non sarebbero potuti esistere se nel corso degli anni Novanta designer come Romeo Gigli non avessero aperto la strada a un’idea di indipendenza e di radicalismo che è prima di tutto culturale, se non avessero preso parte a quello che può considerarsi una vera e propria rivoluzione seguita, purtroppo, da una fortissima fase di restaurazione. Per questo sarà importante delineare, almeno a grandi linee, come la parola indipendenza sia passata dal cinema, attraverso la musica, fino ad arrivare alla moda e come, in quello straordinario momento di fermento creativo, abbia dato la forza ad una schiera di autori di esprimersi con una forza e una chiarezza che raramente si erano viste prima.

Per noi Romeo Gigli, come tutti gli altri designer che abbiamo nominato, è un autore. Secondo la definizione che ne ha dato Francois Truffaut un autore è una personalità con una fortissima preparazione tecnica, un chiaro approccio metodologico, una cifra stilistica riconoscibile nell’arco del tempo e una profonda visione personale. Questi sono i tratti da evidenziare prendendo in considerazione la parte del lavoro di Gigli che va dalla metà degli anni Ottanta alla metà degli anni Novanta. In quel periodo il carattere femminile dominante rappresentato in tutte le riviste di moda raccontava di una donna esplicitamente ricca, sexy. Il sistema decorativo spingeva verso dettagli esageratamente iconici, spalle ampie, orecchini dorati, makeup evidente. Era la celebrazione del mito della donna che prende il potere, che supera finalmente l’uomo da un punto di vista economico, culturale ed estetico. Valentino, Armani, Krizia, Ferrè e Versace rappresentavano un modello di inattaccabile intransigenza e perfezione che verrà poi applicato a quelli che da lì a poco sarebbero diventati i brand globali: Prada, Dior, Vuitton.
In questo contesto si inserisce il lavoro di Romeo Gigli che con i suoi tratti così unici presenta le caratteristiche di un vero autore la cui identità viene costruita attraverso segni riconoscibili e attraverso un approccio metodologico che in pochi conoscono. Il suo tratto meno noto ma più interessante è proprio il suo approccio alla progettazione di moda che incrocia la cultura della sartoria maschile con le costruzioni dell’abbigliamento orientale, l’esplorazione profonda del mondo dei tessuti con il viaggio, tenendo sempre la sperimentazione più profonda e libera come unico riferimento. Un metodo di progettazione unico, fatto di riferimenti culturali complessi e disomogenei, di meccanismi tradizionali e rivoluzionari, di storie vecchissime che parlano di temi contemporanei. Temi narrativi e metodo sono centrali per capire il lavoro di Romeo Gigli ma niente è più illuminante di osservare attentamente le sue collezioni, individuandone le storie, i temi ispiratori e i segni attraverso le quali sono state costruite.




Una direzione creativa di successo rende immediatamente riconoscibile il marchio e il suo valore




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