THE SEPTEMBER APOCALYPSE. PARTE TERZA

Come ci vestiremo quando tutto ciò sarà finito?

6 Aprile 2020 - di Andrea Batilla

Eccoci arrivati all’ultima puntata della serie The September Apocalypse, decisamente la più complessa. Quello che in molti mi chiedono e si chiedono è se e come cambierà la moda da un punto di vista di produzione di contenuti dopo questo periodo di stop del mondo. In pratica, come ci vestiremo?
Tutto riprenderà esattamente dal punto in cui l’abbiamo lasciato come se la vita fosse la nuova stagione de La Casa di Carta o il distanziamento sociale avrà provocato danni irreparabili nelle menti dei creativi che saranno spinti verso nuovi direzioni? E se lo saranno, da che parte rivolgeranno le loro attenzioni, di cosa nutriranno i nuovi progetti, a che mondo decideranno di parlare?
Il lavoro di sociologi come Francesco Morace è molto più un tentativo di organizzare il futuro per come sarebbe meglio che fosse che una reale previsione di come sarà. Piattaforme di trend forecasting come la inglese WGSM tentano invece di spiegare il futuro in termini di trend: per il 2020 pare andranno forte la tendenza Boro, parola giapponese che vuol dire rammendo, quella in cui ci vestiremo solo dalla cintura in su perché con le videochiamate non serve altro e che arriveremo presto alle fragranze digitali trasmesse via web.

È anche vero che la pandemia ha tirato fuori da tutti il sociologo (o la Wanna Marchi) che è in noi e più o meno tutti si dicono in grado di prevedere un 2021 di rinascita o di morte definitiva, di cambiamento epocale o di autodistruzione, a seconda, credo, che stiano prendendo la reclusione forzata bene o male.
Ma se, come abbiamo già visto, gli elementi per capire cosa succederà fossero già stati lì ben prima della pandemia? Se semplicemente avessimo ignorato dei segni concreti, delle richieste legittime, dei desideri latenti?

Il mondo della moda è un insieme di frammenti che si scontrano alla velocità delle particelle subatomiche e che deflagrano improvvisamente creando sconvolgimenti di mercato all’apparenza incomprensibili o cancellando interi universi nella frazione di un secondo. In realtà esistono sempre ragioni profonde che portano ai cambiamenti ed è difficile che qualche mese di fermo le possa fermare.
È molto più probabile che la quarantena funzioni come un’ulteriore acceleratore verso qualcosa che esisteva già piuttosto che come disvelamento di scenari impensabili e fino ad oggi incredibili.

RICICLA, RIUSA, RIVENDI

Nel 1976, in un rapporto presentato alla Commissione Europea, dal titolo “The Potential for Substituting Manpower for Energy”, Walter Stahel e Genevieve Reday delinearono la visione di un’economia circolare e il suo impatto sulla creazione di posti di lavoro, risparmio di risorse e riduzione dei rifiuti. L’espressione fa riferimento sia a una concezione della produzione e del consumo di beni e servizi alternativa rispetto al modello lineare (ad esempio attraverso l’impiego di energie rinnovabili in luogo dei combustibili fossili), sia al ruolo della diversità come caratteristica imprescindibile dei sistemi produttivi. Nell’economia circolare è insita la messa in discussione del ruolo del denaro e della finanza: alcuni suoi pionieri hanno proposto di modificare gli strumenti di misurazione della performance economica in modo da tenere conto di più aspetti oltre a quelli che determinano il prodotto interno lordo. Gran parte della materia trasformata in oggetti giace inutilizzata per la maggior parte della sua vita. Magazzini pieni di macchinari in attesa di essere dismessi, scatoloni in cantina pieni di vestiti con scarso valore affettivo, oggetti comprati e usati una volta. L’economia circolare guarda ai processi di condivisione di prodotti e oggetti: ad esempio un automobile giace inutilizzata per circa il 90% del suo tempo contro il 60% di un’auto del car sharing.
Verso questo principio molto nominato ma ancora poco applicato convergono i pensieri di chi confusamente si è avvicinato ai temi della sostenibilità o del riciclo, venendo scambiato per un povero idealista senza futuro. In realtà designer come Marine Serre, Collina Strada, Vaquera, Matty Bovan, Area o Atlein hanno da tempo incorporato questi concetti nello sviluppo delle loro collezioni venendo presi relativamente sul serio dal pensiero mainstream che rifugge da tutto ciò che non appartiene ai principi capitalisti.
Il capitalismo in effetti è forse la costruzione economica più messa in dubbio dai designer emergenti che stanno chiaramente affermando che è possibile vivere in una dimensione piccola o media, resistendo alle attrattive sirene dei conglomerati del lusso, senza l’ossessione della crescita infinita.
Sono convinto che questo concetto così semplice ma così esplosivo continuerà a spingere la moda verso nuove configurazioni e sono anche abbastanza convinto che, come al solito, il cambiamento coglierà molti impreparati.

IL RESTO DEL MONDO

Per quanto l’asse commerciale della moda si sia spostato verso l’Asia, in particolare Cina, Giappone e Corea del Sud quasi niente sappiamo di quale sia l’approccio contemporaneo alla creatività in quei paesi (non sto parlando di Rei Kawakubo), né pare importarcene, così come non siamo interessati a cosa succede in Africa o in America del Sud. Dimostriamo invece un parossistico interesse verso le masse di nuovi designer sfornati semestralmente dal creativamente opaco sistema americano e dall’inutilmente onnipresente sistema inglese.
L’overdose di designer americani e inglesi che si è protratta fino a tutti gli anni dieci del nuovo secolo ha lasciato sul campo le carcasse fumanti di progetti irresponsabilmente pompati da una stampa di moda ultra nazionalista ma ha anche accecato la capacità di visione di chi cerca il talento noncurante della provenienza. Prima vittima di questa guerra fredda mai veramente dichiarata dagli stati suddetti è stata l’Italia che, come nel caso del Coronavirus, viene guardata in maniera impietosa con un misto tra benevolenza e compatimento, essendo in realtà semplicemente una vittima non dichiarata di uno scontro fratricida.
In realtà l’oriente e il sud del mondo stanno dimostrando una grande capacità di visione creativa ma non essendo supportati da nessun sistema ecomico/industriale/comunicativo rimangono alla periferia del mondo con il risultato che in pochissimi conoscono lo straordinario talento artistico del marocchino Maison Artc,  del cinese Yang Li, allievo di Raf Simons o anche dell’ucraina Masha Reva.
Il mondo della moda è ancora incredibilmente eurocentrico ed è interessato alle altre culture spesso solo in termini di sfruttamento. Invece il fermento che sembra provenire da culture che ci sembrano ancora esotiche è probabilmente uno degli elementi che inietterà nuova linfa vitale nella moda.

TRE SCIMMIE SAGGE

Le tre scimmie sagge sono la rappresentazione pittorica di una massima giapponese che recita:  “Non guardare il male, non ascoltare il male, non raccontare il male”. Le scimmie in questione invece di seguire il saggio insegnamento si nascondono dietro le loro mani di volta in volta appoggiate agli occhi, alle orecchie e alla bocca.
Rifiutarsi di osservare, di capire e di esprimere giudizi è probabilmente il vero peccato originale del sistema moda contemporaneo che pur avendo subito un ribaltamento di proporzioni epocali in parte dovuto ai social, in parte allo sfondamento commerciale dello streetwear vive generalmente in uno status quo in cui si crogiola rifiutandosi di guardare in faccia l’amara verità.
La verità è che la moda è diventata un pezzo della finanza, che l’interesse per talento e creatività è ai minimi storici e che il mercato è intossicato da vagonate di investimenti pubblicitari sotto ogni forma che non permettono più a quasi nessuno di vedere cosa c’è di vero.
Il consumatore finale è colpevole di passività tanto quanto i fondi di investimento lo sono di severa intromissione nelle libere logiche di acquisto. Dovrebbe essere chiaro a tutti che chi si occupa di finanza risponde quasi sempre solo alla chiamata del dio denaro e che i signori di Wall Street o di Piazza Affari hanno avuto vita facile nell’entrare all’interno del mondo del lusso o anche solo dell’abbigliamento che per principio viene percepito come senz’anima, senza etica.
Gli investimenti di capitale sono però necessari alla sopravvivenza e allo sviluppo dei progetti che hanno al loro interno una forte carica innovativa e il mondo della finanza non può che arrivare a capire quanto l’incalcolabile componente immateriale del talento sia importante per arrivare al successo economico o quantomeno ne sia una componente fondamentale.
Non esistendo un territorio linguistico comune tra i grigio vestiti signori che maneggiano i fondi di investimento e gli scalmanati designer che riescono a parlare solo attraverso immagini in questi ultimi anni ha prevalso la logica dell’uso e consumo invece che quella del sostegno reciproco.
Abbiamo tutti ben presente come funzionano queste cose nella Silicon Valley, come i soldi circolino con grande velocità e come la polverizzazione degli investimenti abbia portato alla nascita di progetti clamorosi. Il sistema non comprende solo il finanziamento di pochi grandi progetti dal successo praticamente assicurato ma anche la capitalizzazione di start-up che a volte hanno bisogno di poche decine di migliaia di dollari. La figura degli angel investor o business angel definisce il paradigma dell’aiuto verso chi è all’inizio del percorso e riesce in questo modo a dare impulso a un forte tasso di imprenditorialità basata sulle idee e non sui soldi.
Per quanto i linguaggi siano diversi esistono le condizioni per cui questo tipo di figure possano entrare a piene mani nel mondo della moda e ricominciare a fare crescere i talenti.

Nel futuro non andremo in giro in tute da operaio come professava Thayaht in uno slancio di imparzialità estetica. Probabilmente ci vestiremo come abbiamo sempre fatto ma è molto probabile che il come, il dove e soprattutto il perché di ciò che avviene nella moda cambieranno in modo drastico. E se non lo fanno dovremmo tutti lavorare in quel senso.








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