Moda

Tutti in gabbia, muti.

La rassegnazione è il sentimento di oggi nella moda italiana. Vediamo di capire perché.

11 Marzo 2019 - di Andrea Batilla

Vi racconto una storia. Vera.

Nel 1967 due psicologi poi divenuti molto famosi, Martin EP Selignam e Steven F.Maier fanno un esperimento abbastanza terribile ma ne traggono un risultato clamoroso.
Il loro esperimento si è svolto in due stadi.

Nel primo, diversi cani vengono attaccati ad un imbragatura che limita i loro movimenti e vengono sottoposti a delle scosse elettriche. Alcuni dei cani coinvolti hanno la possibilità di interrompere l’emissione delle scosse elettriche spingendo una leva con il naso. Altri cani invece hanno vicino a sé una leva fittizia, che non porta ad alcuna interruzione delle scosse. Quando i cani del primo gruppo interrompono le scosse attraverso la pressione della leva, le scosse terminano anche per i cani del secondo gruppo, per cui in totale tutti i cani ricevono lo stesso numero di scosse.
Conclusione? I cani appartenenti al primo gruppo imparano facilmente che possono interrompere le scosse; i cani del secondo gruppo invece pur provando a premere la leva, imparano che non hanno alcun controllo sulle scosse,perché avvertono l’interruzione delle stesse come casuale, non dovuta alle loro azioni (ed infatti l’interruzione dipende dai cani dell’altro gruppo).
Nella seconda fase dell’esperimento, gli stessi cani sono stati posizionati in una gabbia, suddivisa in 2 parti da una barriera facilmente scavalcabile. A seguito di un segnale sonoro, una sola parte della gabbia viene elettrificata.
I cani che nella fase precedente appartenevano al primo gruppo, quelli che potevano interrompere le scosse, apprendono velocemente, al primo tentativo, che per non ricevere la scossa devono saltare dell’altra parte della gabbia, quella che non viene elettrificata.
Tra i cani che nella fase precedente si trovavano in una situazione di impotenza rispetto alle scosse invece, alla prima prova non un singolo animale ha provato a sfuggire alla scossa, pur essendo tutti liberi di muoversi e scappare. Alla fine dell’esperimento, fatto di 10 tentativi, due terzi di questi cani si trovava ancora nella parte elettrificata della gabbia, e solo un terzo era scappato dall’altra parte, ma solo dopo 7 o più scosse.

Si è, quindi, scoperto che come negli animali, anche una parte degli esseri umani sceglie semplicemente di rinunciare se messa di fronte a delle forti difficoltà. Questo atteggiamento rinunciatario si sviluppa quando la psiche fa capire che non c’è nulla che si possa fare per cambiare le cose. In termini clinici si chiama passivizzazione emotiva e passa attraverso il sentimento piuttosto noto della rassegnazione.

Secondo la Treccani il termine buonismo significa “ostentazione di buoni sentimenti, di tolleranza e benevolenza verso gli avversari o l’avversario, riferito nello specifico al campo politico”. La Treccani non ne specifica le ragioni ma sicuramente quella descritta sopra è una delle più potenti e più diffuse. Nel mondo della moda italiano per esempio il meccanismo buonismo/rassegnazione è ben noto a tutti: ai giornalisti che parlano sempre e solo bene di tutti, ai giovani designer che accettano di esprimersi nelle peggiori condizioni possibili, ai retailer schiacciati da dinamiche che non conoscono, fino a tutta la meravigliosa catena produttiva del Made in Italy la cui spinta innovativa è ormai irrintracciabile da tempo. E ovviamente, per ultimi ma non ultimi, i mitici clienti finali che si sono arresi a non trovare traccia di riscontro tra ciò che vorrebbero e ciò che il mercato offre.

La spirale rinunciataria si accende in forma di sollevazione popolare di fronte all’Autorità Garante del Mercato e della Concorrenza che ricorda che Chiara Ferragni non può fare pubblicità occulta ma tende ad accettare da decenni la stessa identica cosa fatta da giornalisti professionisti iscritti all’albo e con teoricamente un codice deontologico da rispettare. La forza naturalmente anarchica di stilisti ventenni si accende di rabbia di fronte ai condizionamenti di associazioni, pr e amici che li spingono a sfilare in luoghi senza senso rinunciando alla propria identità per poi spegnersi subito dopo, come un fuoco investito da un temporale.

In un momento dove la dominante non è la paura, emozione che scatena reazioni molto forti di difesa, ma appunto la rinuncia, il risultato è un mondo della moda italiano sempre più silenzioso in cui i contenuti servono come la carta straccia. In questo momento storico, più che in ogni altro, passività e rassegnazione vengono associati all’idea di sconfitta e niente è più devastante oggi che essere percepito come un perdente.

La cortina fumogena della gloria e le scariche elettriche dei vecchi paradigmi sono la vera causa dell’irrisolvibilità del problema italiano e l’autoaffermazione sembra non esistere più solo perché è bloccata da meccanismi che non si possono frantumare. Non è colpa dei giovani che non sono più come quelli di una volta. È colpa dei vecchi che sono ancora quelli di una volta e il potere se lo tengono stretto.

È evidente che quello che ci vorrebbe è una rivoluzione umana, non armata. Una rivoluzione delle coscienze fatta attraverso degli atti di coraggio individuali, sfrenati, libertari, esplosivi.

Ah che sarà, che sarà
che tutti i loro avvisi non potranno evitare
che tutte le risate andranno a sfidare
che tutte le campane andranno a cantare
e tutti gli inni insieme a consacrare
e tutti i figli insieme a purificare
e i nostri destini ad incontrare
persino il Padreterno da così lontano
guardando quell’inferno dovrà benedire
quel che non ha governo
nè mai ce l’avrà
quel che non ha vergogna
nè mai ce l’avrà
quel che non ha giudizio

Chico Buarque de Hollanda tradotto da Ivano Fossati.




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