Moda

VALENTINO HA SALVATO IL MONDO E VOI NON VE NE SIETE ACCORTI

Pierpaolo Piccioli da Valentino sta ricostruendo un’idea di bellezza che avevamo dimenticato e che sembra essere veramente rivoluzionaria.

2 ottobre 2018 - di Andrea Batilla

Come molti sanno l’etimologia della parola crisi deriva dal verbo greco scegliere e vuol dire quindi scelta.
In questo momento nella moda sta avvenendo uno strano fenomeno: mentre consumi e fatturato globale aumentano (solo il tessile abbigliamento italiano nel 2017 è cresciuto quasi del 3%), la percezione generale è che si stia attraversando un momento di crisi di idee o quantomeno di cambiamento epocale o, per meglio dire ancora, di rinnovamento.

Strade, negozi, sfilate e online-store sono stati invasi negli ultimi anni da tonnellate di streetwear dal contenuto spesso derivativo, se vogliamo essere buoni, o maldestramente copiato, se vogliamo essere oggettivi. Lo streetwear ha portato alcune cose buone e altre decisamente deprecabili: una precisa cultura del reale, una rilettura creativa dei fenomeni sociali, un’idea di inclusione e di accettazione delle diversità ma anche un annichilimento dei contenuti, la scomparsa dei designer, l’ascesa del do-it-yourself, l’avvaloramento dei social network come unica dinamica di comunicazione.

Siamo tutti finiti sotto questo tritacarne mediatico ma le generazioni più giovani, senza gli strumenti per discernere, sono diventate vittime inconsapevoli dell’appiattimento o della mancanza di senso. In molti ne hanno allegramente approfittato e hanno marciato sul rinnovato afflato verso un consumismo veloce e predatorio che non si vedeva dagli anni 80, musica per le orecchie e le casse dei brand globali.

In pieno liberismo creativo la moda si è quindi trasformata in un organismo vivente che ha fagocitato chi non correva abbastanza veloce, distruggendo tutto quello che toccava, esattamente come i combattenti dell’Isis di fronte ai musei di Siria e Iraq. È peculiare che non ci siano mai state così tante mostre sulla moda nel mondo in un momento in cui il passato è solo un terreno di ricerca per l’ennesimo copia/incolla e mai un’occasione di riflessione. Del resto le mostre stesse sono fatte in modo che siano semplici da fotografare e i cataloghi veloci da consultare. In quanti devono ringraziare Margiela per essere esistito?
Ma per essere certi di quello che sto dicendo provate ad andare un sabato pomeriggio da Primark dentro il centro commerciale di Arese, il più grande d’Europa. Vi sembrerà di essere dentro un film di Carpenter in cui zombie barcollanti si strappano vestiti da due euro dalle mani e riempiono giganteschi sacchi di quella che in pratica è già immondizia.

Ma la moda ha dentro di sé dei meccanismi di intelligenza che reagiscono come un antivus anche agli attacchi più massicci. È sempre successo e continuerà a succedere.

Così. Sia dal basso (gli australiani Romance Was Born, l’inglese Richard Quinn), sia dall’empireo dei grandi (Raf Simons, Balenciaga) si è scatenato un moto di sollevazione collettiva nei confronti degli stracci logati e un subitaneo quanto imprevisto ritorno a vestiti fatti bene, con tessuti belli, che scatenano un’aria di meraviglia per la loro accessibilità.

Al grado più alto della piramide che lavora sulle memorie future ci sta indiscutibilmente (ma imprevedibilmente) Pierpaolo Piccioli di Valentino con le sue due ultime collezioni ha rovesciato il tavolo da gioco introducendo nuove regole che, statene certi, tutti correranno ad imparare a memoria. La ricetta di Pier Paolo è semplice: ritornare a concentrarsi su un’idea di abbigliamento reale e realistico. Reale in quanto credibile e realistico in quanto pensato per chi lo porterà.
La sua ultima straordinaria collezione di alta moda che ha scatenato le lacrime di Valentino stesso era un inno a chi, pur avendo montagne di soldi in conti in Svizzera, riesce a distinguere la bellezza dalla falsità e vuole sentirsi parte di un mondo che non esiste più, vuole raccogliere pezzi di magia ed è disposto a pagarli centinaia di migliaia di euro.
La collezione di prèt à porter che ha appena sfilato a Parigi è invece un’esaltazione del quotidiano, un improvviso rallentamento di passo, un momento di riflessione su cos’è la bellezza oggi e contemporaneamente una critica aperta verso tutti quelli che se ne sono dimenticati.

La moda è una cosa stupida, continuano a pensare in molti. Ma la realtà è che nessun’altra forma di espressione artistica ha la capacità di riflettere così velocemente sul reale, di introiettarne le istanze e di vomitare delle risposte che a volte, incredibilmente, possono dare sensazioni di piacere celestiali.




Una direzione creativa di successo rende immediatamente riconoscibile il marchio e il suo valore




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